ARISTOMENE RITROVA IL SUO VECCHIO AMICO SOCRATE (Apuleio, Asino d’oro: I, 5-7)
- Adriano Torricelli
- 6 giorni fa
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ARISTOMENE RITROVA IL SUO VECCHIO AMICO SOCRATE IN UNO STATO PIETOSO...
(Apuleio, Asino d’oro: I, 5-7)
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Il brano continua quello precedente, in cui si narrava di come Lucio avesse incontrato durante un lungo ed estenuante viaggio due sconosciuti, uno dei quali stava raccontando all’altro (del tutto incredulo) una storia alquanto bizzarra, e di come Lucio avesse chiesto di essere reso a sua volta partecipe di essa…
Quello che segue è l’inizio di questa storia, dove si narra appunto di come Aristomene, recatosi presso la città di Larissa, vi avesse per caso incontrato un suo vecchio amico, di nome Socrate, ridotto in uno stato pietoso. Quest’ultimo inizia allora il resoconto della sua incredibile vicenda...
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Testo latino:
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5. At ille: Istud quidem, quod polliceris, aequibonique facio, verum quod inchoaveram porro exordiar. Sed tibi prius deierabo solem istum omnividentem deum me re vera comperta memorare, nec vos ulterius dubitabitis, si Thessaliae proximam civitatem perveneritis, quod ibidem passim per ora populi sermo iactetur, quae palam gesta sunt. Sed ut prius noritis cuiatis sim; Aegiensis: audite et quo quaestu me teneam; melle vel casco et huiuscemodi cauponiorum mercibus per Thessaliam Aetoliam Boeotiam ultro citro discurrens. Comperto itaque Hypatae, quae civitas cunctae Thessaliae antepollet, caseum recens et sciti saporis admodum commodo pretio distrahi, festinus adcucurri id omne praestinaturus. Sed, ut fieri assolet, sinistro pede profectum me spes compendii frustrata est; omne enim pridie Lupus negotiator magnarius coemerat. Ergo igitur inefficaci celeritate fatigatus commodum vespera 6. oriente ad balneas processeram; ecce Socraten contubernalem meum conspicio. Humi sedebat scissili palliastro semiamictus, paene alius lurore, ad miseram maciem deformatus, qualia solent fortunae detrimina stipes in triviis erogare. Hunc talem, quamquam necessarium et summe cognitum, tamen dubia mente propius accessi. ‘ Hem’ inquam ‘ Mi Socrates, quid istud? Quae facies? Quod flagitium? At vero domi tuae iam defletus et conclamatus es; liberis tuis tutores iuridici provincialis decreto dati; uxor persolutis inferialibus officiis, luctu et maerore diuturno deformata, diffletis paene ad extremam captivitatem oculis suis, domus infortunium novarum nuptiarum gaudiis a suis sibi parentibus hilarare compellitur. At tu hic larvale simulacrum cum summo dedecore nostro viseris.’ ‘Aristomene,’ inquit ‘Ne tu fortunarum lubricas ambages et instabiles incursiones et reciprocas vicissitudines ignoras!’ Et cum dicto sutili centunculo faciem suam iamdudum punicantem prae pudore obtexit, ita ut ab umbilico pube tenus cetera corporis renudaret. Nec denique perpessus ego tam miserum aerumnae spectaculum, iniecta manu ut assurgat 7. enitor. At ille, ut erat, capite velato ‘Sine, sine’ inquit ‘ Fruatur diutius trophaeo Fortuna quod fixit ipsa.’ Effeci sequatur et simul unam e duabus laciniis meis exuo eumque propere vestio dicam an contego, et illico lavacro trado; quod unctui, quod tersui, ipse praeministro; sordium enormem eluviem operose effrico; probe curatum, ad hospitium, lassus ipse fatigatum aegerrime sustinens, perduco; lectulo refoveo, cibo satio, poculo mitigo, fabulis permulceo. Iam allubentia proclivis est sermonis et ioci et scitum et cavillum; iam dicacitas tinnula, cum ille imo de pectore cruciabilem suspiritum ducens, dextra saeviente frontem replaudens, ‘Me miserum’ infit ‘Qui, dum voluptatem gladiatorii spectaculi satis famigcrabilis consector, in has aerumnas incidi. Nam ut scis optime, secundum quaestum Macedoniam profectus, dum mense decimo ibidem attentus nummatior revortor, modico priusquam Larissam accederem, per transitum spectaculum obiturus, in quadam avia et lacunosa convalli a vastissimis latronibus obsessus atque omnibus privatus tandem evado et, utpote ultime affectus, ad quandam cauponam Meroen, anum sed admodum scitulam, devorto, eique causas et peregrinationis diuturnae et domuitionis anxiae et spoliationis diuturnae et miserae refero: quae me nimis quam humane tractare adorta cenae gratae atque gratuitae ac mox, urigine percita, cubili suo applicat. Et statim miser ut cum illa acquievi, ab unico congressu annosam ac pestilentem luem contraho et ipsas etiam lacinias, quas boni latrones contegendo mihi concesserant, in eam contuli, operulas etiam, quas adhuc vegetus saccariam faciens merebam, quoad me ad istam faciem, quam paulo ante vidisti, bona uxor et mala fortuna perduxit.’
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Traduzione:
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V
«Mi va bene e ci sto» mi fece. «Avevo appena iniziato e, comunque, ricomincerò dal principio. Ma prima voglio giurarti, per questo dio sole che tutto vede, che le cose che sto per narrarti sono tutte vere e controllabilissime; del resto, voi stessi non avrete più dubbi una volta arrivati alla più vicina città della Tessaglia dove questi fatti sono accaduti alla luce del sole e tutti ancora ne parlano.
«Ma prima lasciate che io vi dica da dove vengo e chi sono: mi chiamo Aristomene e sono di Egio. Mi guadagno da vivere vendendo miele e formaggio e prodotti simili, su e giù per le osterie della Tessaglia, dell'Etolia e della Beozia.
«Fu così che venni a sapere che a Ipata, la città principale della Tessaglia, si vendeva formaggio fresco, di buona qualità e a un prezzo d'occasione. Subito mi ci precipitai per acquistarne l'intera partita. Ma si vede che partii sotto cattiva stella perché Lupo, il grossista, mi aveva preceduto e il giorno prima aveva fatto incetta di tutto. Così, sfumata la speranza del guadagno, innervosito e stanco per quel viaggio fatto in fretta e furia e per nulla, non mi restò, che andarmene alle terme.
VI
«Ma pensa un po' chi vidi: Socrate, un vecchio amicone. Se ne stava seduto per terra, ravvoltolato a mala pena in un mantellaccio sbrindellato, irriconoscibile, tanto era pallido e smagrito; pareva uno di quei poveri disgraziati perseguitati dalla malasorte che si riducono a chiedere l'elemosina alle cantonate.
«Nonostante la confidenza e la familiarità, mi avvicinai a lui con una certa titubanza: 'Ohilà, Socrate,' gli feci, 'cos'è questa storia? Com'è che sei in questo stato? Che t'è capitato? A casa ti piangono per morto e ai tuoi figli i giudici hanno già dato un tutore; con tua moglie, che t'ha fatto il funerale e che s'è consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati gli occhi, i suoi parenti insistono perché si consoli della tua perdita e rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu, intanto, te ne stai qui che mi sembri proprio un fantasma. È proprio un avvilimento!'
«'Ah, Aristomene,' mi rispose, 'come si vede che non conosci i colpi mancini della fortuna, i suoi capricci, i suoi tranelli' e, arrossendo per la vergogna, si tirò sulla faccia quel suo mantello sbrindellato; ed io vidi che sotto era nudo dal ventre al pube.
«Non reggendo alla vista di tanta miseria, gli tesi la mano e feci per tirarlo su.
VII
«Ma lui, col viso coperto: 'No, no, che la malasorte continui a godersela la sua vittoria.'
«Finalmente riuscii a tirarmelo dietro e intanto gli feci indossare uno dei miei indumenti per coprirlo alla meglio e me lo portai alle terme, rifornendolo di tutto l'occorrente per ungersi e asciugarsi; anzi io stesso lo strofinai ben bene per togliergli quel dito di sudiciume che aveva addosso. Dopo averlo ripulito, benché fossi stanco anch'io, lo portai di peso alla locanda, ché a mala pena si reggeva in piedi, e qui lo ficcai in un letto caldo, gli diedi da mangiare e da bere, lo tenni su con qualche storiella, tanto che in breve ritornò loquace e allegro e si lasciò perfino andare a qualche battuta. A un tratto, però, dette in un sospiro profondo, doloroso, e picchiandosi la fronte con una gran manata: 'Ma si può essere più iellati di me' cominciò a lamentarsi 'se soltanto per aver voluto correre dietro a uno spettacolo di gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto in questo stato. Ricordi che ero andato in Macedonia per il mio lavoro? Ebbene gli affari m'erano andati a gonfie vele e così, dopo nove mesi, stavo tornando a casa, ben fornito d quattrini, quando poco prima di giungere a Larissa, mi venne in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo, ma, in una valle impervia e deserta, fui assalito da una banda di briganti ferocissimi che mi lasciarono completamente al verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e riuscii a raggiungere la locanda di una certa Meroe, una donna matura ma ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei lunghi viaggi, del mio desiderio di tornare a casa e, infine, della rapina subita. Ella fu molto gentile, mi preparò gratis una graditissima cena e, alla fine, andata in fregola, mi portò a letto con lei. Scalogna maledetta, perché bastò che dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di quelle relazioni che poi ti tiri dietro per anni: le diedi quei pochi stracci che i briganti mi avevano lasciato addosso, e perfino gli spiccioli che, facendo il facchino (allora ero ancora in gamba) mi venivo guadagnando. Ed ecco in quale stato tu l'hai visto, quella buona donna e la mia cattiva stella, mi hanno ridotto.'
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Testo latino + Traduzione letterale (con note al latino):
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5. At ille: <<Istud quidem, quod polliceris, aequibonique facio, verum quod inchoaveram porro exordiar. Sed tibi prius deierabo solem istum omnividentem deum me re vera comperta memorare, nec vos ulterius dubitabitis, si Thessaliae proximam civitatem perveneritis, quod ibidem passim per ora populi sermo iactetur, quae palam gesta sunt. Sed ut prius noritis cuiatis sim; Aegiensis: audite et quo quaestu me teneam; melle vel casco et huiuscemodi cauponiorum mercibus per Thessaliam Aetoliam Boeotiam ultro citro discurrens. Comperto itaque Hypatae, quae civitas cunctae Thessaliae antepollet, caseum recens et sciti saporis admodum commodo pretio distrahi, festinus adcucurri id omne praestinaturus. Sed, ut fieri assolet, sinistro pede profectum me spes compendii frustrata est; omne enim pridie Lupus negotiator magnarius coemerat. Ergo igitur inefficaci celeritate fatigatus commodum vespera 6. oriente ad balneas processeram; ecce Socraten contubernalem meum conspicio.
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Ed egli: <<Questa cosa che solleciti che io faccia (quod polliceris) certo la faccio con grande piacere (aequibonique facio): la verità che avevo iniziato a esporre (verum quod inchoaveram) la racconterò di nuovo. Ma prima ti giurerò (tibi prius deierabo), su questo dio sole che tutto vede (solem istum omnividentem deum), che ricorderò una cosa accertata come vera (me re vera comperta memorare), né ulteriormente dubiterete della cose che sono avvenute (nec vos ulterius dubitabitis quae palam gesta sunt), se/quando sarete giunti (si perveneritis) nella prossima città della Tessaglia (Thessaliae proximam civitatem), dal momento che lì un po’ ovunque (ibidem passim) sulla bocca del popolo è fatto circolare questo discorso (per ora populi sermo iactetur). Ma perché prima sappiate di dove io sia (ut prius noritis cuiatis sim; cuiatis: aggettivo: “di quale provenienza...”), sono eginiense; sappiate anche con quale lavoro mi mantenga: con l’andare dentro e fuori (ultro citro) da Tessaglia, Etolia e Beozia, per il miele, il formaggio e per merci adatte a questo tipo di mercanteggiamenti (huiuscemodi cauponiorum mercibus). Essendomi divenuto noto dunque il fatto che veniva distribuito (Comperto itaque distrahi) a un prezzo alquanto conveniente un formaggio fresco e di buon sapore ad Ipata, che come città spicca per importanza in tutta la Tessaglia (Hypatae, quae civitas cunctae Thessaliae antepollet), sono accorso tutto di fretta (festinus adcucurri) per acquistare tutto il prodotto (id omne praestinaturus). Ma, come suola accadere spesso, la speranza del profitto mi ingannò (me spes compendii frustrata est), essendo partito “col piene sinistro” (sinistro pede profectum). Perciò quindi (Ergo igitur), affaticato da un’inutile corsa, all’incirca (commodum) mentre sorgeva la sera (vespera oriente) mi ero recato ai bagni. Ed ecco che vedo Socrate, un mio compagno di bagordi (contubernalem meum).
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Humi sedebat scissili palliastro semiamictus, paene alius lurore, ad miseram maciem deformatus, qualia solent fortunae decerimina stipes in triviis erogare. Hunc talem, quamquam necessarium et summe cognitum, tamen dubia mente propius accessi. ‘ Hem’ inquam ‘ Mi Socrates, quid istud? Quae facies? Quod flagitium? At vero domi tuae iam defletus et conclamatus es; liberis tuis tutores iuridici provincialis decreto dati; uxor persolutis inferialibus officiis, luctu et maerore diuturno deformata, diffletis paene ad extremam captivitatem oculis suis, domus infortunium novarum nuptiarum gaudiis a suis sibi parentibus hilarare compellitur. At tu hic larvale simulacrum cum summo dedecore nostro viseris.’ ‘Aristomene,’ inquit ‘Ne tu fortunarum lubricas ambages et instabiles incursiones et reciprocas vicissitudines ignoras!’ Et cum dicto sutili centunculo faciem suam iamdudum punicantem prae pudore obtexit, ita ut ab umbilico pube tenus cetera corporis renudaret. Nec denique perpessus ego tam miserum aerumnae spectaculum, iniecta manu ut assurgat 7. enitor.
Sedeva per terra (Humi) semicoperto da un mantello tagliato, quasi un altro per pallore, deformato in un misero cencio, quali gli avanzi della sorte sogliono chiedere delle monetine/come gli avanzi della sorte che sogliono… (qualia solent fortunae decerimina stipes in triviis erogare). Questo tale, seppure molto vicino a me e sommamente conosciuto, tuttavia lo accostai più vicino con mente dubbiosa (tamen dubia mente propius accessi). “Hem – dissi – mio Socrate, cos’è questa cosa? Che faccia hai? Che disgrazia? Invero a casa tua oramai sei morto e pianto (defletus et conclamatus es); ai tuoi figli sono stati dati per decreto dei tutori legali dalla provincia (tutores iuridici provincialEs); tua moglie, sciolti i doveri funebri, sfigurata da un diuturno lutto e dalla mestizia, consumati gli occhi fin quasi all’estremo (diffletis paene ad extremam captivitatem oculis suis), è spinta a rallegrare dai suoi propri genitori (a suis sibi parentibus hilarare compellitur) con le gioie di nuove nozze (novarum nuptiarum gaudiis) la disgrazia della casa (domus infortunium). E tu qui ti mostri (viseris: 2^ s. pres. ind. pass. di viso,is…: vedo) come l’immagine di una larva con nostra grande vergogna.” “Aristomene – disse – nemmeno tu ignori le scivolose circonvoluzione della fortuna, le sue instabili trasformazioni e le alterne vicissitudini di essa!” E con il citato sottile vestitino (cum dicto sutili centunculo) coprì la sua faccia, arrossente già da un po’ per il pudore (iamdudum punicantem prae pudore), tanto che si era denudato (ita ut renudaret) dal centro del pube/dall’inguine (ab umbilico pube) sino al resto del corpo (tenus cetera corporis). E io non sopportando più (Nec denique perpessus ego; perpessus: partic. di perpetior...: sopporto) uno spettacolo tanto misero di dolore (tam miserum aerumnae spectaculum), porgendogli la mano, mi sforzo di alzarlo (ut assurgat enitor).
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At ille, ut erat, capite velato ‘Sine, sine’ inquit ‘ Fruatur diutius trophaeo Fortuna quod fixit ipsa.’ Effeci sequatur et simul unam e duabus laciniis meis exuo eumque propere vestio dicam an contego, et illico lavacro trado; quod unctui, quod tersui, ipse praeministro; sordium enormem eluviem operose effrico; probe curatum, ad hospitium, lassus ipse fatigatum aegerrime sustinens, perduco; lectulo refoveo, cibo satio, poculo mitigo, fabulis permulceo. Iam allubentia proclivis est sermonis et ioci et scitum et cavillum; iam dicacitas tinnula, cum ille imo de pectore cruciabilem suspiritum ducens, dextra saeviente frontem replaudens, ‘Me miserum’ infit ‘Qui, dum voluptatem gladiatorii spectaculi satis famigerabilis consector, in has aerumnas incidi. Nam ut scis optime, secundum quaestum Macedoniam profectus, dum mense decimo ibidem attentus nummatior revertor, modico priusquam Larissam accederem, per transitum spectaculum obiturus, in quadam avia et lacunosa convalli a vastissimis latronibus obsessus atque omnibus privatus tandem evado et, utpote ultime affectus, ad quandam cauponam Meroen, anum sed admodum scitulam, devorto, eique causas et peregrinationis diuturnae et domuitionis anxiae et spoliationis diuturnae et miserae refero: quae me nimis quam humane tractare adorta cenae gratae atque gratuitae ac mox, urigine percita, cubili suo applicat. Et statim miser ut cum illa acquievi, ab unico congressu annosam ac pestilentem luem contraho et ipsas etiam lacinias, quas boni latrones contegendo mihi concesserant, in eam contuli, operulas etiam, quas adhuc vegetus saccariam faciens merebam, quoad me ad istam faciem, quam paulo ante vidisti, bona uxor et mala fortuna perduxit.’ (...)
Ed egli, così com’era, colla testa coperta disse: “No! No! Goda ancora (Sine, sine. Fruatur diutius) la fortuna del trofeo che essa stessa ha creato.” Feci in modo che mi seguisse (Effeci sequatur) e allo stesso tempo una delle due tuniche mi tolgo (unam e duabus laciniis meis exuo) e lo vesto a modino, direi (dicam), o forse lo nascondo (an contego), e subito lo porto a un bagno pubblico; ciò che (usai…) per l’unzione, e per il raschiamento (quod unctui, quod tersui; unctui e tersui sono dativi sing. di unctus,us e tersus,us) io stesso me lo procuro; sfrego via con vigore un effluvio enorme e sordido; curato con cura (probe curatum), io stesso affaticatissimo (lassus ipse) sostenendo lui penosamentissimamente sfiancato (fatigatum aegerrime sustinens) lo conduco all’ospizio; lo metto a letto, lo sazio di cibo, lo disserto con una coppa, lo blandisco con delle favole. Oramai vi era una smania incontrollabile di parlare, di gioco, di … (scitum???), e di scherzi; ma già (ha inizio...) una querula lamenta (iam dicacitas tinnula), quando egli esalando dal profondo del petto un sospiro crucciato, mentre la mano destra colpiva la fronte (dextra saeviente frontem), battendosi ripetutamente (replaudens), inizia (infit): “Me misero, che mentre mi dedico al piacere di uno spettacolo di gladiatori abbastanza famoso, sono incappato in queste disgrazie. Infatti come sai molto bene, dopo essere andato in Macedonia a seguito di una protesta (secundum quaestum), mentre nel decimo mese, io parsimonioso (attentus) ritorno da lì più ricco (ibidem nummatior revertor), poco prima che possa giungere a Larissa (modico priusquam Larissam accederem), cercando di attraversare in una zona spaventosa (per transitum spectaculum obiturus), assediato da molti ladroni in una valle sperduta e infossata (in quadam avia et lacunosa convalli a vastissimis latronibus obsessus), pur privato di tutti gli averi riesco infine a scappare e, oramai ridotto alla fine/allo stremo (utpote ultime adfectus), mi rifugio presso una certa strega Meroe (ad quandam cauponam meroen devorto), donna anziana ma alquanto piacente, e a lei riferisco le ragioni sia della mia lunghissima peregrinazione, sia del mio angoscioso ritorno a casa, sia della mia lunga e disgraziata spoliazione/rapina: la quale/quella (quae) mettendosi a trattarmi (me tractare adhorta) più che gentilmente (nimis quam humane), mi appioppa una cena buona e gratuita e, subito dopo, stimolata la libidine (mox urigine percita), il suo letto. E subito fui un disgraziato, non appena (ut cum) mi sottomisi a quella, con un solo rapporto contraggo una malattia lunga e pestilenziale e anche quegli stessi stracci che i buoni ladroni mi avevano lasciato per coprirmi (contegendo), li regalai a lei, e anche quei piccoli guadagni (operulas) che finché sano (adhuc vegetus) guadagnai facendo il facchino, fino a che quella buona donna e la cattiva sorte mi portarono a questo aspetto, che poco fa hai visto. (...)



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