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L'INIZIO DELL'ASINO D'ORO DI APULEIO (Apuleius, Asinus aureus: I, 2-4)

  • Immagine del redattore: Adriano Torricelli
    Adriano Torricelli
  • 5 mar
  • Tempo di lettura: 11 min

L'INIZIO DELL'ASINO D'ORO DI APULEIO

(Apuleius, Asinus aureus: I, 2-4)

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Il divertente inizio dell’”Asino d’oro” di Apuleio, unico esempio (assieme all’opera di Petronio Arbitro) di romanzo d’età romana pervenuto fino a noi.

Lucio, il suo protagonista, che verrà trasformato in un asino dalle arti di una maga, si sta recando in Tessaglia (terra di misteri e di magie…) e, durante il cammino, incontra due viandanti che discutono animatamente tra loro. Curioso per natura (Immo vero - inquam - impertite sermonis non quidem curiosum, sed qui velim scire vel cuncta vel certe plurima) egli chiede di partecipare alla loro discussione e di conoscere l’incredibile storia appena raccontata da uno dei due, tra la divertita incredulità dell’altro.

Il brano, come tutto il romanzo del resto, brilla per freschezza e immediatezza e ci trasporta senza filtri nelle atmosfere e nelle consuetudini di un’epoca remota, di cui poco è rimasto.

Anche in questo risiede il fascino dei due romanzi latini pervenutici!

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Il latino usato da Apuleio, estremamente informale e dal tono molto poco aulico, è spesso molto difficile da tradurre alla lettera. Si confrontino a questo proposito la traduzione letterale (parola per parola) e quella letteraria molto più libera…

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Testo originale:

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[2] Thessaliam, nam et illic originis maternae nostrae fundamenta a Plutarcho illo inclito ac mox Sexto philosopho nepote eius prodita gloriam nobis faciunt, eam Thessaliam ex negotio petebam. Postquam ardua montium et lubrica vallium et roscida caespitum et glebosa camporum emensi, me equo indigena peralbo vehens eo quoque admodum fesso, ut ipse etiam fatigationem sedentariam incessus vegetatione discuterem, in pedes desilio, equi sudorem a fronte curiose exfrico, aures remulceo, frenos detraho, in gradum lenem sensim proveho, quoad lassitudinis incommodum alvi solitum ac naturale praesidium eliquaret. Ac dum is, ientaculum ambulatorium, prata quae praeterit ore in latus detorto pronus affectat, duobus comitum, qui forte paululum processerant, tertium me facio. Ac dum ausculto quid sermonis agitarent, alter exerto cachinno ‘Parce’ inquit ‘In verba ista haec tam absurda tamque immania mentiendo.’ Isto accepto sititor alioquin novitatis ‘Immo vero’ inquam ‘Impertite sermonis non quidem curiosum, sed qui velim scire vel cuncta vel certe plurima: simul iugi quod insurgimus aspritudinem fabularum lepida incunditas levigabit.’ [3] At ille qui coeperat, ‘ Ne ’ inquit ‘ Istud mendacium tam verum est, quam si quis velit dicere magico susurramine amnes agiles reverti, mare pigrum colligari, ventos inanimes exspirare; solem inhiberi, lunam despumari, stellas evelli, diem tolli, noctem teneri.’ Tunc ego in verba fidentior ‘ heus tu’ inquam ‘Qui sermonem ieceras priorem, ne pigeat te vel taedeat reliqua pertexere,’ et ad alium ‘Tu vero crassis auribus et obstinato corde respuis quae forsitan vere perhibeantur. Minus Hercule calles pravissimis opinionibus ea putari mendacia, quae vel auditu nova vel visu rudia vel certe supra captum cogitationis ardua videantur; quae si paulo accuratius exploraris, non modo compertu evidentia, verum etiam factu facilia [4] senties. Ego denique vespera, dum polentae caseatae modico secus offulam grandiorem in convivas aemulus contruncare gestio, mollitie cibi glutinosi faucibus inhaerentis et meacula spiritus distinentis minimo minus interii: et tamen Athenis proxime et ante Poecilen porticum isto gemino obtutu circulatorem aspexi equestrem spatham praeacutam mucrone infesto devorasse ac mox eundem invitamento exiguae stipis venatoriam lanceam, qua parte minatur exitium, in ima viscera condidisse: et ecce pone lanceae ferrum, qua bacillum inversi teli ad occipitium per ingluviem subit, puer in mollitiem decorus insurgit inque flexibus tortuosis enervam et exossam saltationem explicat cum omnium, qui aderamus, admiratione: diceres dei medici baculo, quod ramulis semiamputatis nodosum gerit, serpentem generosum lubricis amplexibus inhaerere. Sed iam cedo tu sodes, qui coeperas, fabulam remetire. Ego tibi solus haec pro isto credam et quod ingressui primum fuerit stabulum, prandio participabo. Haec tibi merces deposita est.’

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Testo tradotto:

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II

Ero diretto in Tessaglia per affari (la mia famiglia per parte di madre, è originaria di quella regione e per il fatto che fra i suoi antenati vanta il celebre Plutarco e suo nipote, il filosofo Sesto, è per me titolo di gloria), dunque, ero diretto in Tessaglia e m'ero già lasciato alle spalle montagne ripide, valli impervie, umide pianure, campagne fertili e coltive e il bianco cavallo indigeno che montavo era stanchissimo. Così decisi di fare un po' di strada a piedi per sgranchirmi le gambe, stanco com'ero anch'io di star seduto in sella. Smontai, asciugai con cura la fronte del cavallo madida di sudore, gli accarezzai le orecchie, gli tolsi il morso e lo lasciai andar libero, al passo, perché smaltisse un po' la stanchezza e si svuotasse del peso naturale del ventre. E mentre quello a muso all'ingiù pascolava lento fra l'erba, io mi unii, come terzo, a due viandanti che in quel momento mi passavano accanto.

Tesi l'orecchio per sapere di che cosa parlassero e sentii che uno dei due, scoppiando in una gran risata, diceva all'altro: «Ma la pianti di raccontar simili balle?» Io che sono sempre smanioso di novità, intervenni: «Non è per essere un ficcanaso, ma perché mi piace sapere un po' tutto o per lo meno quanto più è possibile, vi prego di mettermi a parte di quello che state dicendo; oltretutto ci vuol proprio qualche allegra storiella per farci sembrare meno scoscesa e impervia la strada che abbiamo davanti.»


III

«Sono frottole queste,» continuava, intanto, quello che aveva parlato per primo, «vere come quelle di chi vorrebbe far credere che basta una formuletta magica per fare andare i fiumi all'insù, rendere il mare una massa solida, impedire ai venti di soffiare, fermare il sole, far svaporare la luna, staccare le stelle dal cielo, oscurare il giorno e rendere eterna la notte.»

Io, allora, incoraggiato, ripresi: «Ehi, tu, che evidentemente hai avviato il discorso, non prendertela, non badargli, continua il tuo racconto.» E all'altro: «In quanto a te fai male a tapparti le orecchie e a rifiutarti cocciutamente di credere a delle cose che potrebbero anche esser vere. Capita, sai, per una sciocca prevenzione però, di ritenere falso ciò che non si è mai visto o udito o che cade fuori della nostra comprensione; ma se poi ci pensi un po' su ti accorgi che tutto è spiegabilissimo, non solo, ma che è anche realmente possibile.


IV

«Per esempio, l'altra sera, a tavola fra amici feci la bravata di mandar giù un boccone troppo grosso di polenta e formaggio e per poco non mi strozzavo, tanto quella roba molliccia mi s'era attaccata al palato e mi impediva di respirare. Eppure, non molto prima, proprio con questi occhi, ad Atene, davanti al portico Pecile, avevo visto un giocoliere infilarsi nella gola, per la punta, una spada affilata, di quelle che usano in cavalleria, e, per poche monete, ficcarsi fin giù nelle budella, una lancia da cacciatore, proprio dalla parte della punta mortale: ed ecco che al legno dell'asta, la cui punta di ferro introdotta nella gola sbuca dietro la nuca, si attaccò un ragazzino leggiadro e agilissimo e cominciò a far capriole e volteggi tali da parer tutto snodato e senz'ossa e noi lì a bocca aperta a guardarlo. Pareva il provvidenziale serpente che s'attorciglia al bastone nodoso di Esculapio.

«Dài, allora, ti lascio la parola, riprendi il racconto che stavi facendo. Ti basti che sia soltanto io a crederti, anche per lui; in cambio, alla prima locanda che incontreremo, ti offrirò da mangiare, parola mia.»

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Testo originale tradotto letteralmente:

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[2] Thessaliam, nam et illic originis maternae nostrae fundamenta a Plutarcho illo inclito ac mox Sexto philosopho nepote eius prodita gloriam nobis faciunt, eam Thessaliam ex negotio petebam.

Andavo in Tessaglia per lavoro (Thessaliam ex negotio petebam), in Tessaglia, e infatti da lì i retaggi delle nostre origini materne (Thessaliam, nam et illic originis maternae nostrae fundamenta) ci rendono onore (gloriam nobis faciunt) in quanto prodotti da/risalenti a quel celebre Plutarco (a Plutarcho illo inclito prodita) e poco dopo a Sesto filosofo, nipote di quello (ac mox Sexto philosopho nepote eius).

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Postquam ardua montium et lubrica vallium et roscida caespitum et glebosa camporum emensi, me equo indigena peralbo vehens eo quoque admodum fesso, ut ipse etiam fatigationem sedentariam incessus vegetatione discuterem, in pedes desilio, equi sudorem a fronte curiose exfrico, aures remulceo, frenos detraho, in gradum lenem sensim proveho, quoad lassitudinis incommodum alvi solitum ac naturale praesidium eliquaret.

Dopo che ebbi attraversato le asprezze dei monti, le scivolosità delle valli, le rugiadosità dei prati e la compattezza dei campi (Postquam ardua montium et lubrica vallium et roscida caespitum et glebosa camporum emensi), trasportando me stesso con un cavallo molto bianco indigeno/originario del luogo (me equo indigeno peralbo vehens) anch’esso alquanto stanco (eo quoque admodum fesso), mentre io stesso attenuo la stanchezza sedentaria/dello stare seduto (ut ipse etiam fatigationem sedentariam incessus vegetatione discuterem, in pedes desilio) accedendo a della vegetazione (incessus vegetatione), mi alzo in piedi, sfrego con cura via il sudore dalla fronte del cavallo, gli accarezzo le orecchie, allento il freno (in pedes desilio, equi sudorem a fronte curiose exfrico, aures remulceo, frenos detraho), poco a poco lo sospingo su dolce declivio (in gradum lenem sensim proveho), fino a che abbia evacuato l’incomodo della fatica (quoad lassitudinis incommodum eliquaret), il solito e naturale rimedio del ventre (alvi solitum ac naturale praesidium).

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Ac dum is, ientaculum ambulatorium, prata quae praeterit ore in latus detorto pronus affectat, duobus comitum, qui forte paululum processerant, tertium me facio.

E mentre questo, mangione ambulante, addenta i prati che incontra (Ac dum is, ientaculum ambulatorium, prata quae praeterit affectat) chinato con la bocca stortata verso il lato (ore in latus detorto pronus), mi unisco come terzo a due dei compagni di viaggio (duobus comitum tertium me facio) che casualmente mi avevano preceduto/mi precedevano di poco (qui forte paululum processerant).

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Ac dum ausculto quid sermonis agitarent, alter exerto cachinno ‘Parce’ inquit ‘in verba ista haec tam absurda tamque immania mentiendo.’

E mentre ascolto che tipo di discorso li agitasse (Ac dum ausculto quid sermonis agitarent), uno dei due, sollevata/scoppiando in una risata, dice (alter exerto cachinno inquit): “Smetti di menzionare falsamente (Parce mentiendo) con questi discorsi cose tanto assurde e immani (in verba ista haec tam absurda tamque immania).

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Isto accepto sititor alioquin novitatis ‘Immo vero’ inquam ‘impertite sermonis non quidem curiosum, sed qui velim scire vel cuncta vel certe plurima: simul iugi quod insurgimus aspritudinem fabularum lepida incunditas levigabit.’

Sentita questa cosa, ancora più assetato di novità dico (Isto accepto sititor alioquin novitatis ‘inquam): “Al contrario invero (Immo vero), rendete partecipe del discorso non in realtà un curioso (impertite sermonis non quidem curiosum), ma me che vorrei sapere o tutto o quantomeno molte cose (sed qui velim scire vel cuncta vel certe plurima): allo stesso tempo la colorita giocondità delle favole addolcirà l’asprezza (simul aspritudinem fabularum lepida incunditas levigabit.) del gioco/della fatica che abbiamo davanti (iugi quod insurgimus).

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[3] At ille qui coeperat, ‘ Ne ’ inquit ‘ Istud mendacium tam verum est, quam si quis velit dicere magico susurramine amnes agiles reverti, mare pigrum colligari, ventos inanimes exspirare, solem inhiberi, lunam despumari, stellas evelli, diem tolli, noctem teneri.’

E quello che aveva iniziato, dice (At ille qui coeperat, ‘inquit): “Questa menzogna non è nemmeno tanto veritiera (Ne istud mendacium tam verum est), quanto se qualcuno volesse dire (quam si quis velit dicere) che possano essere fatti tornare indietro con una formuletta magica i rapidi fiumi (magico susurramine amnes agiles reverti), che il pigro mare possa essere imprigionato, di poter rendere i venti inoffensivi, di fermare il sole, di spegnere la luna, che le stelle possano essere staccate, che il giorno possa essere fatto sorgere, che la notte possa essere trattenuta (mare pigrum colligari, ventos inanimes exspirare, solem inhiberi, lunam despumari, stellas evelli, diem tolli, noctem teneri)”.

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Tunc ego in verba fidentior ‘ Heus tu’ inquam ‘qui sermonem ieceras priorem, ne pigeat te vel taedeat reliqua pertexere,’ et ad alium ‘Tu vero crassis auribus et obstinato corde respuis quae forsitan vere perhibeantur.

Allora io, più fiducioso nel discorso, dico (Tunc ego in verba fidentior inquam): “Ehi tu, che per hai iniziato il discorso (Heus tu, qui sermonem ieceras priorem), non ti dispiaccia né ti tedi raccontare ciò che rimane (ne pigeat te vel taedeat reliqua pertexere)” e all’altro (et ad alium): “Tu invero con orecchie ottuse e cuore ostinato respingi cose che forse vengono raccontate in modo veritiero (tu vero crassis auribus et obstinato corde respuis quae forsitan vere perhibeantur.).

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Minus Hercule calles pravissimis opinionibus ea putari mendacia, quae vel auditu nova vel visu rudia vel certe supra captum cogitationis ardua videantur; quae si paulo accuratius exploraris, non modo compertu evidentia, verum etiam factu facilia [4] senties.

No, per Ercole (Minus Hercule), sei abituato con opinione scorrettisima (calles pravissimis opinionibus) al fatto che siano ritenute/a ritenere mendaci quelle cose che (ea putari mendacia, quae) appaiano ardue (ardua videantur) o in quanto nuove all’udito o in quanto troppo enormi alla vista (vel auditu nova vel visu rudia ) o in quanto certamente al di sopra di ciò che è colto dal pensiero (vel certe supra captum cogitationis); le quali se le esaminassi un po’ più accuratamente (quae si paulo accuratius exploraris), ti accorgeresti che sono (senties) non solo con certezza evidenti, ma anche invero facili al fare/da compiere (non modo compertu evidentia, verum etiam factu facilia).

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Ego denique vespera, dum polentae caseatae modico secus offulam grandiorem in convivas aemulus contruncare gestio, mollitie cibi glutinosi faucibus inhaerentis et meacula spiritus distinentis minimo minus interii:

Io per esempio una sera, mentre mi do da fare a ingollare (go denique vespera, dum contruncare gestio) in gara coi commensali (in convivas aemulus) un boccone di polenta con cacio più grande del giusto (polentae caseatae offulam grandiorem modico secus→avverbio: “altrimenti” ha qui valore avversativo e si lega a modico: “più grande di quel che altrimenti sarebbe modico/giusto”), per meno di poco non rimasi stecchito (minimo minus interii) dalla mollezza di un cibo glutinoso che si attaccò alle mie fauci (mollitie cibi glutinosi faucibus inhaerentis) e che interrompeva i passaggi del respiro/che mi soffocava (et meacula spiritus distinentis):

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et tamen Athenis proxime et ante Poecilen porticum isto gemino obtutu circulatorem aspexi equestrem spatham praeacutam mucrone infesto devorasse ac mox eundem invitamento exiguae stipis venatoriam lanceam, qua parte minatur exitium, in ima viscera condidisse:

e tuttavia poco tempo fa ad Atene e davanti al portico pecile, con questo sguardo gemello/con entrambi questi occhi (et tamen Athenis proxime et ante Poecilen porticum isto gemino obtutu) ho visto un circense a cavallo ingoiare una spada affilatissima (circulatorem aspexi equestrem spatham praeacutam devorasse) dalla parte di una punta terribile (mucrone infesto) e subito dopo lo stesso affondare fino al basso ventre una lancia da caccia (mox eundem venatoriam lanceam in ima viscera condidisse), dalla parte con cui viene minacciata la morte (parte qua minatur exitium), per l’allettamento di una piccola moneta (invitamento exiguae stipis):

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et ecce pone lanceae ferrum, qua bacillum inversi teli ad occipitium per ingluviem subit, puer in mollitiem decorus insurgit inque flexibus tortuosis enervam et exossam saltationem explicat cum omnium, qui aderamus, admiratione: diceres dei medici baculo, quod ramulis semiamputatis nodosum gerit, serpentem generosum lubricis amplexibus inhaerere.

ed ecco immagina la punta di una lancia (et ecce pone lanceae ferrum), con cui l’asta di un di un dardo scagliato affonda dalla gola fino nella nuca (qua bacillum inversi teli ad occipitium per ingluviem subit): un giovinetto mollemente vestito vi sale sopra (puer in mollitiem decorus insurgit i) e tra tortuose flessioni fa un salto senza nervi e senza ossa/come se non avesse nervi né ossa (nque flexibus tortuosis enervam et exossam saltationem explicat) tra l’ammirazione di tutti noi che eravamo lì (cum admiratione omnium, qui aderamus): avresti detto che il nobile serpente si avvinghiasse con amplessi lubrichi (diceres serpentem generosum lubricis amplexibus inhaerere) al bastone del dio medico (dei medici baculo), il quale svetta nodoso per i rametti tagliati solo in parte (quod ramulis semiamputatis nodosum gerit).

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Sed iam cedo, tu sodes, qui coeperas, fabulam remetire. Ego tibi solus haec pro isto credam et quod ingressui primum fuerit stabulum, prandio participabo. Haec tibi merces deposita est.’

Ma oramai mi fermo (Sed iam cedo): tu compagno, che avevi iniziato, racconta ancora la storia (tu sodes, qui coeperas, fabulam remetire→2^ sing. imperativo presente di “remetior,iris...”: rammentare, riraccontare). Io solo, al posto di questo, crederò a queste cose (Ego tibi solus haec pro isto credam), e parteciperò al pranzo (et prandio participabo), quale che sia stato/qual che sia (quod(dam) fuerit,) il primo casolare d’ingresso/in cui potremo entrare (ingressui primum stabulum). Per te è pronta questa ricompensa/Ti pagherò da mangiare (Haec tibi merces deposita est).

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