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ARRIANO SULL’ANTICO SISTEMA DELLE CASTE INDIANO… (L’India: 11)

Immagine del redattore: Adriano Torricelli
Adriano Torricelli
10 ago
Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 20 ago

ARRIANO CI PARLA DELL’ANTICO SISTEMA DELLE CASTE INDIANO…

(Arriano, L’India: 11)

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Il primo di due paragrafi dell’Indiké di Arriano in cui viene descritto il funzionamento, basato sulle caste, della società Indiana non solo dei tempi dell’autore, ma anche di secoli addietro (Arriano, infatti, basava la sua descrizione su testimonianze di scrittori e viaggiatori che, rispetto a lui, erano antichi già di alcuni secoli, piuttosto che su una conoscenza diretta dell’India).

In questo primo paragrafo si descrive la vita di tre caste: quella dei “sapienti” (οἱ σοφισταί), quella degli agricoltori e quella dei pastori (οἱ γεωργοί, οἱ νομέες).

La testimonianza di Arriano è peraltro una prova, tra tante, dell’antichità di questo sistema di organizzazione sociale, che solo nel XX secolo iniziò a vacillare, ma che ancora oggi rimane per molti aspetti in vigore.

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NB: il greco utilizzato da Arriano non è quello classico (ovvero in sostanza quello attico); può perciò essere utile consultare il sito perseus, negli approfondimenti delle singole parole, per comprendere le “anomalie” grammaticali del testo.

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(Testo originale:

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[11]

νενέμηνται δὲ οἱ πάντες Ἰνδοὶ ἐς ἑπτὰ μάλιστα γένεα. ἓν μὲν αὐτοῖσιν οἱ σοφισταί εἰσι, πλήθεϊ μὲν μείους τῶν ἄλλων, δόξῃ δὲ καὶ τιμῇ γεραρώτατοι: [2] οὔτε γάρ τι τῷ σώματι ἐργάζεσθαι ἀναγκαίη σφιν προσκέεται οὔτε τι ἀποφέρειν: ἀπ’ ὅτων πονέουσιν ἐς τὸ κοινόν. οὐδέ τι ἄλλο ἀναγκαίης ἁπλῶς ἐπεῖται τοῖσι σοφιστῇσιν, [p. 14] ὅτι μὴ θύειν τὰς θυσίας τοῖσι θεοῖσιν ὑπὲρ τοῦ κοινοῦ τῶν Ἰνδῶν: [3] ὅστις δὲ ἰδίᾳ θύει, ἐξηγητὴς αὐτῷ τῆς θυσίης τῶν τις σοφιστέων τούτων γίνεται, ὡς οὐκ ἄν ἄλλως κεχαρισμένα τοῖσι θεοῖσι θύσαντι. [4] εἰσὶ δὲ καὶ μαντικῆς οὗτοι μοῦνοι Ἰνῶν δαήμονες, οὐδὲ ἐπεῖται ἄλλῳ μαντεύεσθαι ὅτι μὴ σοφιστῇ ἀνδρί.

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Traduzioni:

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Tutti gli Indiani sono stati ripartiti/sono da sempre ripartiti essenzialmente in cinque generi (νενέμηνται δὲ οἱ πάντες Ἰνδοὶ ἐς ἑπτὰ μάλιστα γένεα). I sapienti sono uno di questi (ἓν μὲν αὐτοῖσιν οἱ σοφισταί εἰσι), per quantità (sono…) minori degli altri, ma per fama e prestigio i più venerandi (πλήθεϊ μὲν μείους τῶν ἄλλων, δόξῃ δὲ καὶ τιμῇ γεραρώτατοι); né infatti vi è necessità/costrizione per essi (οὔτε γάρ ἀναγκαίη σφιν προσκέεται) di fare qualcosa col corpo (τι τῷ σώματι ἐργάζεσθαι) né di dare/pagare qualcosa (οὔτε τι ἀποφέρειν); tranne costoro (ἀπ’ ὅτων) (gli altri generi…) lavorano per la comunità (πονέουσιν ἐς τὸ κοινόν), né semplicemente qualcos’altro di necessità/alcun altro obbligo esiste per i sapienti oltre che… (οὐδέ τι ἄλλο ἀναγκαίης ἁπλῶς ἐπεῖται τοῖσι σοφιστῇσιν ὅτι μὴ...) fare sacrifici agli dei sulla comunità degli Indiani (θύειν τὰς θυσίας τοῖσι θεοῖσιν ὑπὲρ τοῦ κοινοῦ τῶν Ἰνδῶν); colui che sacrifica privatamente, per costui vi è come guida del sacrificio uno di questi sapienti (ὅστις δὲ ἰδίᾳ θύει, ἐξηγητὴς αὐτῷ τῆς θυσίης τῶν τις σοφιστέων τούτων γίνεται), in quanto non altrimenti sacrificante/sacrificherebbe agli dei cose gradite/sacrifici graditi (ὡς οὐκ ἄν ἄλλως κεχαρισμένα τοῖσι θεοῖσι θύσαντι). E soli costoro sono tra gli Indiani esperti di mantica/attività profetica (εἰσὶ δὲ καὶ μαντικῆς οὗτοι μοῦνοι Ἰνῶν δαήμονες), né pertiene a altri che non/oltre che (οὐδὲ ἐπεῖται ἄλλῳ μαντεύεσθαι ὅτι μὴ) a un uomo sapiente (σοφιστῇ ἀνδρί).

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1- L’insieme degli indiani è diviso in sette caste. Fra queste vi è la casta dei saggi, inferiori agli altri per numero, ma i più ragguardevoli per fame e onore. 2- Essi non sono obbligati a svolgere alcuna attività fisica né a destinare al patrimonio comune i frutti del proprio lavoro. In una parola, i saggi non sono soggetti ad alcun’altra costrizione, eccetto quella di offrire sacrifici agli dei a nome della comunità indiana; 3- e se qualcuno sacrifica in privato, uno di questi saggi gli fa da guida, perché altrimenti il sacrificio non sarebbe gradito agli dei. 4- Essi soli fra gli Indiani sono capaci di praticare l’arte divinatoria e a nessun altro fuorché a un saggio è permesso di predire il futuro.

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[5] μαντεύονται δὲ ὑπὲρ τῶν ὡρέων τοῦ ἔτεος καὶ εἴ τις τὸ κοινὸν συμφορὴ καταλαμβάνοι: τὰ δὲ ἴδια ἑκάστοισιν οὔ σφιν μέλει μαντεύεσθαι, ἢ ὡς οὐκ ἐξικνεομένης τῆς μαντικῆς ἐς τὰ σμικρότερα, ἢ ὡς οὐκ ἄξιον ἐὸν ἐπὶ τούτοισι πονέεσθαι. [6] ὅστις δὲ ἁμάρτοι ἐς τρὶς μαντευσάμενος, τούτῳ δὲ ἄλλο μὲν κακὸν γίνεσθαι οὐδέν, σιωπᾶν δὲ εἶναι ἐπάναγκες τοῦ λοιποῦ: καὶ οὐκ ἔστιν ὅστις ἐξαναγκάσει τὸν ἄνδρα τοῦτον φωνῆσαι, ὅτου σιωπὴ κατακέκριται. [7] οὗτοι γυμνοὶ διαιτέονται οἱ σοφισταί, τοῦ μὲν χειμῶνος ὑπαίθριοι ἐν τῷ ἡλίῳ, τοῦ δὲ θέρεος, ἐπεὰν ὁ ἥλιος κατέχῃ, ἐν τοῖσι λειμῶσι καὶ τοῖσιν ἕλεσιν ὑπὸ δένδρεσι μεγάλοισιν, ὧν τὴν σκιὴν Νέαρχος λέγει ἐς πέντε πλέθρα ἐν κύκλῳ ἐξικνέεσθαι, καὶ ἂν καὶ μυρίους ἀνθρώπους ὑπὸ ἑνὶ δένδρεϊ σκιάζεσθαι: τηλικαῦτα εἶναι ταῦτα τὰ δένδρεα. [8] σιτέονται δὲ τὰ ὡραῖα καὶ τὸν φλοιὸν τῶν δενδρέων, γλυκύν τε ἐόντα τὸν φλοιὸν καὶ τρόφιμον οὐ μεῖον ἤπερ αἱ βάλανοι τῶν φοινίκων.

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Traduzioni:

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Profetizzano sulle stagioni dell’anno e (dicono…) se qualche disgrazia incomba sulla comunità (μαντεύονται δὲ ὑπὲρ τῶν ὡρέων τοῦ ἔτεος καὶ εἴ τις τὸ κοινὸν συμφορὴ καταλαμβάνοι); non pertiene a tutti quanti essi/a nessuno di essi (ἑκάστοισιν οὔ σφιν μέλει) profetizzare su questioni private (τὰ δὲ ἴδια μαντεύεσθαι), o in quanto la mantica non giungente/giunge alle cose più insignificanti, o in quanto non essente cosa degna di essi affaticarsi su queste cose (ἢ ὡς οὐκ ἐξικνεομένης τῆς μαντικῆς ἐς τὰ σμικρότερα, ἢ ὡς οὐκ ἄξιον ἐὸν ἐπὶ τούτοισι πονέεσθαι). Chiunque sbagli per tre volte nel profetizzare (ὅστις δὲ ἁμάρτοι ἐς τρὶς μαντευσάμενος), a questi nessun altro male (può…) accadere (ούτῳ δὲ ἄλλο μὲν κακὸν γίνεσθαι οὐδέν) ma/tranne (δὲ) l’essere cosa doverosa tacere per il resto del tempo (σιωπᾶν εἶναι ἐπάναγκες τοῦ λοιποῦ); e non vi è chi costringe quest’uomo a parlare, del quale il silenzio è stato decretato (καὶ οὐκ ἔστιν ὅστις ἐξαναγκάσει τὸν ἄνδρα τοῦτον φωνῆσαι, ὅτου σιωπὴ κατακέκριται). Questi sapienti vivono nudi (οὗτοι γυμνοὶ διαιτέονται οἱ σοφισταί), esposti all’aria al sole in inverno, e in estate, qualora il sole incomba, nei prati e nelle paludi sotto alberi grandi (τοῦ μὲν χειμῶνος ὑπαίθριοι ἐν τῷ ἡλίῳ, τοῦ δὲ θέρεος, ἐπεὰν ὁ ἥλιος κατέχῃ, ἐν τοῖσι λειμῶσι καὶ τοῖσιν ἕλεσιν ὑπὸ δένδρεσι μεγάλοισιν), dei quali Nearco dice (ὧν Νέαρχος λέγει) che l’ombra si estende per cinque pletri in circolo (τὴν σκιὴν ἐς πέντε πλέθρα ἐν κύκλῳ ἐξικνέεσθαι) e anche che miriadi di uomini potrebbero ripararsi sotto un solo albero (καὶ ἂν καὶ μυρίους ἀνθρώπους ὑπὸ ἑνὶ δένδρεϊ σκιάζεσθαι), e che così tanto antichi (sono…) questi alberi (τηλικαῦτα εἶναι ταῦτα τὰ δένδρεα). Mangiano i cibi di stagione e la corteccia degli alberi (σιτέονται δὲ τὰ ὡραῖα καὶ τὸν φλοιὸν τῶν δενδρέων), essendo la corteccia dolce e nutriente (γλυκύν τε ἐόντα τὸν φλοιὸν καὶ τρόφιμον οὐ μεῖον ἤπερ) non meno che/di quanto (lo siano…) i datteri delle palme (αἱ βάλανοι τῶν φοινίκων).

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5- Fanno profezie riguardo alle stagioni dell’anno o prevedono se qualche sciagura incombe sulla comunità; non si occupano, invece, di predire il futuro in rapporto agli affari privati dei singoli, sia perché la loro arte divinatoria non riguarda cose senza importanza, sia perché ritengono indegno di sé incomodarsi per esse. 6- Chi sbaglia tre volte nel fare profezie non riceve nessun’altra punizione se non quella di tacere per il futuro; e non c’è nessuno che possa obbligare quest’uomo a parlare una volta che sia condannato al silenzio. 7- Questi saggi vivono nudi, d’inverno all’aria aperta e al sole, d’estate invece, quando il sole è forte, sui prati e nelle paludi sotto grandi alberi, la cui ombra – dice Nearco – si estende in tondo per cinque pletri e sotto un solo albero possono ripararsi innumerevoli uomini: a tal punto sono grandi questi alberi. 8- Essi si cibano dei frutti di stagione e della corteccia degli alberi, la quale è dolce e nutriente non meno dei datteri delle palme.

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[9] δεύτεροι δ᾽ ἐπὶ τούτοισιν οἱ γεωργοί εἰσιν, πλήθεϊ πλεῖστοι Ἰνδῶν ἐόντες. καὶ τούτοισιν οὔτε ὅπλα ἐστὶν ἀρήια οὔτε ῾μέλει πολεμήια ἔργἀ, ἀλλὰ τὴν χώρην οὗτοι ἐργάζονται, καὶ τοὺς φόρους τοῖσί τε βασιλεῦσι καὶ τῇσι πόλισιν, ὅσαι αὐτόνομοι, οὗτοι ἀποφέρουσι. [10] καὶ εἰ πόλεμος ἐς ἀλλήλους τοῖσιν Ἰνδοῖσι τύχοι, τῶν ἐργαζομένων τὴν γῆν οὐ θέμις σφιν ἅπτεσθαι οὐδὲ αὐτὴν τὴν γῆν τέμνειν, ἀλλὰ οἱ μὲν πολεμέουσι καὶ κατακαίνουσιν ἀλλήλους ὅκως τύχοιεν, οἱ δὲ πλησίον [p. 15] αὐτῶν κατ᾽ ἡσυχίην ἀροῦσιν ἢ τρυγέουσιν ἢ κλαδέουσιν ἢ θερίζουσιν.

[11] τρίτοι δέ εἰσιν Ἰνδοῖσιν οἱ νομέες, οἱ ποιμένες τε καὶ οἱ βουκόλοι. καὶ οὗτοι οὔτε κατὰ πόλιας οὔτε ἐν τῇσι κώμῃσιν οἰκέουσι, νομάδες δέ εἰσι καὶ ἀνὰ τὰ οὔρεα βιοτεύουσι, φόρον δὲ οὗτοι ἀπὸ τῶν κτηνέων ἀποφέρουσι, καὶ θηρεύουσιν οὗτοι ἀνὰ τὴν χώρην ὄρνιθάς τε καὶ ἄγρια θηρία.

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Traduzioni:

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Secondi a questi vi sono gli agricoltori, i maggiori per grandezza/numero degli Indiani (δεύτεροι δ᾽ ἐπὶ τούτοισιν οἱ γεωργοί εἰσιν, πλήθεϊ πλεῖστοι Ἰνδῶν ἐόντες). A questi né appartengono armi da guerra (καὶ τούτοισιν οὔτε ὅπλα ἐστὶν ἀρήια) né pertengono le cose di guerra (οὔτε ῾μέλει πολεμήια ἔργἀ), ma costoro lavorano la terra e pagano le tasse ai re e alle città (καὶ οὗτοι ἀποφέρουσι τοὺς φόρους τοῖσί τε βασιλεῦσι καὶ τῇσι πόλισιν), che sono autonome (ὅσαι αὐτόνομοι). E se capiti agli Indiani la guerra gli uni contro gli altri (καὶ εἰ πόλεμος ἐς ἀλλήλους τοῖσιν Ἰνδοῖσι τύχοι), (gli agricoltori…) coltivando la terra (τῶν ἐργαζομένων) non è giusto toccarli/aggredirli (τὴν γῆν οὐ θέμις σφιν ἅπτεσθαι) né distruggere la terra (οὐδὲ αὐτὴν τὴν γῆν τέμνειν), ma alcuni combattono e si uccidono gli con gli altri come capiti (ἀλλὰ οἱ μὲν πολεμέουσι καὶ κατακαίνουσιν ἀλλήλους ὅκως τύχοιεν), altri vicino a essi arano in pace o raccolgono o potano mietono (οἱ δὲ πλησίον αὐτῶν κατ᾽ ἡσυχίην ἀροῦσιν ἢ τρυγέουσιν ἢ κλαδέουσιν ἢ θερίζουσιν).

Terzi per gli Indiani sono i pastori, pastori di pecore e pastori di buoi (τρίτοι δέ εἰσιν Ἰνδοῖσιν οἱ νομέες, οἱ ποιμένες τε καὶ οἱ βουκόλοι), e questi abitano né presso le città né nei villaggi (καὶ οὗτοι οὔτε κατὰ πόλιας οὔτε ἐν τῇσι κώμῃσιν οἰκέουσι), ma sono nomadi e vivono in cima ai monti (νομάδες δέ εἰσι καὶ ἀνὰ τὰ οὔρεα βιοτεύουσι), e costoro dalle/con le loro mandrie pagano un tributo, e essi cacciano sulla terra uccelli e bestie selvatiche (φόρον δὲ οὗτοι ἀπὸ τῶν κτηνέων ἀποφέρουσι, καὶ θηρεύουσιν οὗτοι ἀνὰ τὴν χώρην ὄρνιθάς τε καὶ ἄγρια θηρία).

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9- Dopo i saggi vengono gli agricoltori, che sono i più numerosi degli Indiani. Essi non possiedono armi da guerra né si dedicano ad attività belliche, ma lavorano la terra e pagano tributi ai re e alle città autonome. 10- Se scoppia una guerra interna tra gli Indiani, non è permesso mettere le mani su quanti coltivano la terra né devastare la terra stessa, ma mentre gli uni combattono e si uccidono tra loro a seconda delle circostanze, gli altri, accanto a loro, in tutta tranquillità arano e raccolgono i frutti o potano gli alberi oppure mietono.

11- La terza casta presso gli Indiani è quella dei pastori, sia di pecore che di buoi. Questi non abitano né in città né in villaggi: sono nomadi e vivono sui monti. Anch’essi pagano una tassa sul proprio bestiame e cacciano uccelli e animali selvatici nel loro territorio.

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