UN FANTASMA DI MORTE... (Apuleio, Asino d’oro, IX: 29-31)
- Adriano Torricelli
- 5 giorni fa
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Aggiornamento: 4 giorni fa
UN FANTASMA DI MORTE...
(Apuleio, Asino d’oro, IX: 29-31)
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L’episodio qui presentato è la parte finale di una storia più lunga del nono libro dell’Asino d’oro di Apuleio, un romanzo scritto in “stile milesio”, ovvero con una vicenda principale (quella del protagonista, Lucio) che contiene (sotto forma di narrazioni o vicende riguardanti altri personaggi) una lunga serie di storie più piccole.
La storia qui riportata sembra in per certi versi anticipare alcuni moderni racconti dell’orrore. Pur in un contesto allegro e scanzonato, essa contiene difatti degli elementi di profonda inquietudine. Vi è infatti l’apparizione di un fantasma di morte, inteso non solo nel senso di una persona già defunta che si mostra a dei vivi (cosa che normalmente può accadere solo in un sogno), ma anche nel senso che essa, attraverso la propria presenza, pare causare la morte di un vivo.
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La storia è questa. Lucio, l’umano “travestito” da asino (homo curiosus iumenti faciem sustinens), nel corso della storia principale è passato di padrone in padrone, fino a diventare proprietà di un buon uomo, un mugnaio, che ha tuttavia una moglie infedele.
La vicenda qui narrata da Lucio (che, in quanto asino, ne è testimone impotente e silenzioso) riguarda il tradimento messo in atto dalla moglie del mugnaio, una sera in cui il marito si è allontanato da casa per una cena da un amico, che si interrompe però a sorpresa a causa dell'imbarazzante scoperta dell’infedeltà della moglie del suo ospite.
Disgustato dalla situazione, il mugnaio torna inaspettatamente a casa, obbligando sua moglie a nascondere maldestramente il proprio amante. Ella, sapute le ragioni dell’inaspettato ritorno del marito, si dà a insultare la donna infedele (26. Haec recensete pistore iam dudum procax et temeraria mulier exsecrantibus fullonis illius detestabatur uxorem: illam perfidam, illam impudicam, denique universi sexus grande dedecus, quae suo pudore postposito torique genialis calcato foedere larem mariti lupanari maculasset infamia iamque perdita nuptae dignitate prostitutae sibi nomen adsciverit; addebat et talis oportere vivas exuri feminas.), chiaramente per allontanare eventuali sospetti del marito sul suo conto (il quale però non sospetta assolutamente di nulla!)
Qui entra in gioco Lucio l’asino, che passando vicino alla tavola dei due sposi pesta volutamente le dita dell’amate che fuoriescono dal suo nascondiglio, costringendolo a uscire allo scoperto e a svelare l’inganno muliebre (27. Namque praetergrediens observatos extremos adulteri digitos, qui per angustias cavi tegminis prominebant, obliquata atque infesta ungula compressos usque ad summam minutiem contero, donec intolerabili dolore commotus, sublato flebili clamore repulsoque et abiecto alveo, conspectui profano redditus scaenam propudiosae mulieris patefecit).
La vicenda tuttavia non finisce come ci si potrebbe aspettare, ovvero con una semplice sfuriata del marito. Questi infatti, compiaciuto delle grazie dell’amante della moglie, punisce entrambi costringendoli a dividere il letto con lui (27. "Nihil triste de me tibi, fili, metuas. Non sum barbarus nec agresti morum squalore praeditus nec ad exemplum naccinae truculentiae sulpuris te letali fumo necabo ac ne iuris quidem severitate lege de adulteris ad discrimen vocabo capitis tam venustum tamque pulchellum puellum, sed plane cum uxore mea partiario tractabo. Nec herciscundae familiae sed communi dividundo formula dimicabo, ut sine ulla controversia vel dissensione tribus nobis in uno conveniat lectulo.).
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Ha qui inizio la vicenda presentata di seguito. La moglie infatti, esasperata dall’affronto subito, decide di ricorrere all’intervento di una maga, che la rappacifichi con il marito restituendole la perduta quiete domestica, oppure lo uccida.
Fallito il tentativo di una conciliazione “magica”, ella deve seguire la seconda strada, e manda perciò il fantasma di una donna uccisa (ipsi iam miserrimi mariti incipit imminere capiti, umbramque violenter peremptae mulieris ad exitium eius instigare) a uccidere a sua volta lo scomodo marito...
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Testo latino:
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29. At illa praeter genuinam nequitiam contumelia etiam, quamvis iusta, tamen altius commota atque exasperata ad armillum revertitur et ad familiares feminarum artes accenditur, magnaque cura requisitam veteratricem quandam feminam, quae devotionibus ac maleficiis quidvis efficere posse credebatur, multis exorat precibus multisque suffarcinat muneribus, alterum de duobus postulans, vel rursum mitigato conciliari marito, vel si id nequiverit, certe larva vel aliquo diro numine immisso violenter eius expugnari spiritum. Tunc saga illa et divini potens primis adhuc armis facinorosae disciplinae suae velitatur et vehementer offensum mariti flectere atque in amorem impellere conatur animum. Quae res cum ei sequius ac rata fuerat proveniret, indignata numinibus, et praeter praemii destinatum compendium contemptione etiam stimulata, ipsi iam miserrimi mariti incipit imminere capiti, umbramque violenter peremptae mulieris ad exitium eius instigare.
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30. Sed forsitan lector scrupulosus reprehendens narratum meum sic argumentaberis: ‘ Unde autem tu astutule asine, intra terminos pistrini contectus quid secreto, ut affirmas, mulieres gesserint scire potuisti?’ Accipe igitur quemadmodum homo curiosus iumenti faciem sustinens cuncta quae in perniciem pistoris mei gesta sunt cognovi. Diem ferme circa mediam repente intra pistrinum mulier reatu miraque tristitie deformis apparuit flebili centunculo semiamicta, nudis et intectis pedibus, lurore buxeo macieque foedata, et discerptae comae semicanae sordentes inspersu cineris pleramque eius anteventulae contegebant faciem. Haec talis manu pistori clementer iniecta, quasi quippiam secreto collocutura in suum sibi cubiculum deducit eum et adducta fore quam diutissime demoratur. Sed cum esset iam confectum omne frumentum, quod inter manus opifices tractaverant, necessarioque peti deberet aliud, servuli cubiculum propter adstantes dominum vocabant operique supplementum postulabant: atque ut illis saepicule [p. 448] et intervocaliter clamantibus nullus respondit dominus, iam forem pulsare validius et, quod diligentissime fuerat oppessulata, maius peiusque aliquid opinantes, nisu valido reducto vel diffracto cardine tandem patefaciunt aditum. Nec uspiam reperta illa muliere vident e quodam tigillo constrictum iamque exanimem pendere dominum; eumque nodo cervicis absolutum detractumque summis plangoribus; summisque lamentationibus atque ultimo lavacro procurant, peractisque feralibus officiis frequenti prosequente comitatu tradunt sepulturae.
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31. Die sequenti filia eius accurrit e proxumo castello, in quod pridem denupserat, maesta atque crines pendulos quatiens et interdum pugnis obtundens ubera; quae nullo quidem domus infortunium nuntiante cuncta cognorat, sed ei per quietem obtulit sese flebilis patris sui facies, adhuc nodo revincta cervice, eique totum novercae scelus aperuit, de adulterio, de maleficio, et quemadmodum larvatus ad inferos demeasset. Ea cum se diutino plangore cruciasset, concursu familiarium cohibita tandem pausam luctui fecit: iamque nono die rite completis apud tumulum sollemnibus familiam supellectilemque et omnia iumenta ad hereditariam deducit auctionem: tunc unum Larem varie dispergit venditionis incertae licentiosa fortuna. Me denique ipsum pauperculus quidam hortulanus comparat quinquaginta nummis, magno, ut aiebat, sed ut communi labore victum sibi quaereret.
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Testo tradotto:
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XXIX Quella donna, però, oltre che per l'innata malvagità, sentendosi terribilmente provocata ed esasperata da quella punizione per quanto giusta, ricorse alle sue frodi e ai soliti artifici delle donne. Si mise con molta pazienza alla ricerca di una vecchia strega di cui si diceva che con i suoi scongiuri e i suoi incantesimi era capace di far tutto quello che voleva e, pregandola in tutti i modi, colmandola di doni, le chiese o di rabbonire il marito e farlo riconciliare con lei o, se non le fosse stato possibile, di suscitargli contro uno spettro o qualche altro demone maligno per farlo morire. La maga, che aveva poteri soprannaturali, tentò subito con i mezzi più semplici della sua arte scellerata e cercò di piegare l'animo offeso del marito e ridurlo nuovamente all'amore, ma quando s'accorse che la cosa non le riusciva come aveva previsto, indispettita contro i suoi dei e sollecitata oltre che dalla perdita del premio promessole, dal discredito che gliene sarebbe derivato, si mise ad attentare alla vita del povero marito suscitandogli contro lo spirito di una donna assassinata.
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XXX A questo punto un lettore pignuolo potrebbe interrompermi e chiedermi: «Ma com'è, furbacchione d'un asino che sei, com'è che tu, chiuso nel recinto del mulino, hai potuto sapere quello che le donne macchinavano in segreto fra loro.» Stammi ancora a sentire in che modo io, pur sempre un uomo e curioso per giunta, anche se sotto le spoglie di un asino, ho saputo tutte le macchinazioni che si tramavano ai danni del mugnaio: era circa mezzogiorno quando a un tratto comparve nel mulino una donna con un'espressione sfigurata dall'angoscia, da condannata a morte, un mantelluccio liso che sì e no la copriva: era scalza, il viso pallido come uno stecco, i capelli grigi, scarmigliati e sporchi di cenere le coprivano parte del volto. Questa donna prendendo confidenzialmente per mano il mugnaio, come se volesse dirgli qualcosa in segreto, lo condusse in camera da letto, chiuse la porta e vi rimase a lungo. Nel frattempo essendo stato macinato tutto il grano che i lavoranti avevano in consegna e dovendosene, quindi, richiedere dell'altro, alcuni servi si accostarono alla porta della camera da letto e, a gran voce, cominciarono a chiamare il padrone chiedendogli altro lavoro. Ma benché chiamassero più volte e tutti insieme, non ebbero risposta alcuna e così, dopo aver bussato con forza alla porta, quando si accorsero che questa era accuratamente sprangata, sospettando che qualcosa di grave doveva essere accaduto, con una forte spallata, tutti insieme, scardinarono la porta e la aprirono. Ebbene di quella donna nemmeno l'ombra, quanto al padrone se lo trovarono davanti appiccato con una corda a una trave, già morto. Fra lamenti e pianti a non finire gli liberarono il collo dal cappio e lo tirarono giù, lo lavarono per l'ultima volta, gli resero le estreme onoranze e, fra un gran concorso di popolo, lo seppellirono.
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XXXI Il giorno dopo dalla borgata vicina, dove da tempo aveva preso marito, accorse la figlia del mugnaio, sconvolta, coi capelli scarmigliati e percuotendosi il petto. Senza che nessuno l'avesse avvertita della disgrazia era venuta a sapere ogni cosa perché in sogno le era apparsa l'ombra miserevole del padre ancora con il laccio stretto al collo e le aveva rivelato tutti i misfatti della matrigna, l'adulterio, l'incantesimo, il modo com'egli era stato ucciso dopo essere stato stregato. Per molti giorni ella non fece che piangere e disperarsi e soltanto quando i familiari, tutti insieme, intervennero, la poverina pose tregua al dolore. Al nono giorno, conclusi i riti funebri sulla tomba dell'estinto, ella fece vendere all'asta tutti i beni dell'eredità, gli schiavi, le suppellettili e tutte le bestie. La capricciosa fortuna così disperse qua e là con una vendita in blocco il patrimonio di una famiglia. Io fui comprato da un povero ortolano per cinquanta sesterzi, una gran somma a sentir lui, ma almeno, così, mettendo insieme la nostra fatica, egli avrebbe avuto di che campare.
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Testo latino spiegato:
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29. At illa praeter genuinam nequitiam contumelia etiam, quamvis iusta, tamen altius commota atque exasperata ad armillum revertitur et ad familiares feminarum artes accenditur, magnaque cura requisitam veteratricem quandam feminam, quae devotionibus ac maleficiis quidvis efficere posse credebatur, multis exorat precibus multisque suffarcinat muneribus, alterum de duobus postulans, vel rursum mitigato conciliari marito, vel si id nequiverit, certe larva vel aliquo diro numine immisso violenter eius expugnari spiritum.
Ed ella, al di là della genuina cattiveria, anche dall’offesa, pur quanto si voglia giustificata (At illa praeter genuinam nequitiam contumelia etiam, quamvis iusta), ancora più infuriata ed esasperata ritorna alle proprie abitudini (tamen altius commota atque exasperata ad armillum revertitur) e si rivolge alle arti comuni alle donne (et ad familiares feminarum artes accenditur), e con grande impegno procuratasi un’avvelenatrice donna che la gente credeva capace di fare qualsiasi cosa con devozioni e malefici (magnaque cura requisitam veteratricem quandam feminam, quae devotionibus ac maleficiis quidvis efficere posse credebatur), la implora con molte preghiere e la riempie di molti regali, chiedendo una delle due cose (multis exorat precibus multisque suffarcinat muneribus, alterum de duobus postulans): o di essere di nuovo riconciliata con un marito riportato a più moti consigli, oppure qualora questo non fosse riuscito, che lo spirito di questi fosse annientato con la violenza, certamente con un fantasma o con un qualche nume funesto (vel rursum mitigato conciliari marito, vel si id nequiverit, certe larva vel aliquo diro numine immisso violenter eius expugnari spiritum).
Tunc saga illa et divini potens primis adhuc armis facinorosae disciplinae suae velitatur et vehementer offensum mariti flectere atque in amorem impellere conatur animum.
Allora quella maga e capace di divino/di cose divine, inizia a combattere con le prime armi della sua criminosa disciplina (Tunc saga illa et divini potens primis adhuc armis facinorosae disciplinae suae velitatur) e tenta di piegare il marito offeso con la violenza e di spingerlo all’amore (et vehementer offensum mariti flectere atque in amorem impellere conatur animum).
Quae res cum ei sequius ac rata fuerat proveniret, indignata numinibus, et praeter praemii destinatum compendium contemptione etiam stimulata, ipsi iam miserrimi mariti incipit imminere capiti, umbramque violenter peremptae mulieris ad exitium eius instigare.
La qual cosa, poiché le riuscì (Quae res cum ei proveniret) peggio di come l’aveva immaginata (sequius ac rata fuerat; sequior, sequius: peggiore, “sequius” è avverbiale; reor, reris, ratus sum, reri: penso, immagino), indignata coi numi e, al di là del compenso destinatole in premio, stimolata anche dall’affronto, già iniziava a minacciare la testo del disgraziatissimo marito (indignata numinibus, et praeter praemii destinatum compendium contemptione etiam stimulata, ipsi iam miserrimi mariti incipit imminere capiti), e a istigare al suo omicidio il fantasma di una donna soppressa violentemente (umbramque violenter peremptae mulieris ad exitium eius instigare).
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30. Sed forsitan lector scrupulosus reprehendens narratum meum sic argumentaberis: ‘ Unde autem tu astutule asine, intra terminos pistrini contectus quid secreto, ut affirmas, mulieres gesserint scire potuisti?’
Ma forse, lettore scrupoloso, riguardando la mia narrazione argomenterai; “Ma come tu, astuto d’un asino, relegato nei confini del mulino, potesti sapere segretamente, come dici, cosa le donne avessero fatto (Sed forsitan lector scrupulosus reprehendens narratum meum sic argumentaberis: ‘ Unde autem tu astutule asine, intra terminos pistrini contectus quid secreto, ut affirmas, mulieres gesserint scire potuisti?’)?”
Accipe igitur quemadmodum homo curiosus iumenti faciem sustinens cuncta quae in perniciem pistoris mei gesta sunt cognovi.
Ascolta dunque in che modo seppi (Accipe igitur quemadmodum cognovi), uomo curioso con l’aspetto di una bestia da soma (homo curiosus iumenti faciem sustinens), tutte le cose che fecero a danno del mio mugnaio (cuncta quae in perniciem pistoris mei gesta sunt).
Diem ferme circa mediam repente intra pistrinum mulier reatu miraque tristitie deformis apparuit flebili centunculo semiamicta, nudis et intectis pedibus, lurore buxeo macieque foedata, et discerptae comae semicanae sordentes inspersu cineris pleramque eius anteventulae contegebant faciem.
All’incirca a metà giornata (Diem ferme circa mediam) improvvisamente apparve nel mulino una donna sfigurata da violenza e incredibilmente triste (repente intra pistrinum mulier reatu miraque tristitie deformis apparuit), semicoperta da un panno stracciato, coi piedi nudi e scoperti, sfigurata da un pallore giallastro (flebili centunculo semiamicta, nudis et intectis pedibus, lurore buxeo macieque foedata) e le chiome abbandonate e unte (et discerptae comae sordentes) imbiancate per lo spargimento di cenere (semicanae inspersu cineris) nascondevano la maggior parte del suo viso (pleramque eius anteventulae contegebant faciem).
Haec talis manu pistori clementer iniecta, quasi quippiam secreto collocutura in suum sibi cubiculum deducit eum et adducta fore quam diutissime demoratur.
Questa tale, porta dolcemente la mano al mugnaio, quasi come se volesse appartarsi con lui in segreto (Haec talis manu pistori clementer iniecta, quasi quippiam secreto collocutura) lo portò nel suo stanzino (in suum sibi cubiculum deducit eum) e, chiusa la porta, si attarda quanto più a lungo possibile (et adducta fore quam diutissime demoratur).
Sed cum esset iam confectum omne frumentum, quod inter manus opifices tractaverant, necessarioque peti deberet aliud, servuli cubiculum propter adstantes dominum vocabant operique supplementum postulabant: atque ut illis saepicule et intervocaliter clamantibus nullus respondit dominus, iam forem pulsare validius et, quod diligentissime fuerat oppessulata, maius peiusque aliquid opinantes, nisu valido reducto vel diffracto cardine tandem patefaciunt aditum.
Ma poiché era stato oramai confezionato tutto il frumento che gli operai avevano trattato con le proprie mani (Sed cum esset iam confectum omne frumentum, quod inter manus opifices tractaverant), e necessariamente altro doveva essere richiesto (necessarioque peti deberet aliud), i servi mettendosi davanti allo stanzino chiamavano il padrone e chiedevano un supplemento di lavoro (servuli cubiculum propter adstantes dominum vocabant operique supplementum postulabant); e poiché ad essi che a più riprese e a gran voce chiamavano, non rispose nessun padrone (atque ut illis saepicule et intervocaliter clamantibus nullus respondit dominus), ritenendo oramai di dover bussare alla porta più fortemente (iam forem pulsare validius opinantes) e, poiché essa era stata inchiavardata con grandissima diligenza, soppesando il meglio e il peggio/valutando la situazione alquanto preoccupante (et, quod diligentissime fuerat oppessulata, maius peiusque aliquid opinantes), con un grande sforzo avendo danneggiato o distrutto il cardine, alla fine spalancano la porta (nisu valido reducto vel diffracto cardine tandem patefaciunt aditum).
Nec uspiam reperta illa muliere vident e quodam tigillo constrictum iamque exanimem pendere dominum; eumque nodo cervicis absolutum detractumque summis plangoribus, summisque lamentationibus atque ultimo lavacro procurant, peractisque feralibus officiis frequenti prosequente comitatu tradunt sepulturae.
E pur non essendo stata mai più scorta la donna, vedono il padrone pendere esanime da una corda cui era legato (Nec uspiam reperta illa muliere vident e quodam tigillo constrictum iamque exanimem pendere dominum); e dopo averlo liberato dal nodo alla gola e portato via con altissimi pianti, lo preparano con altissime lamentazioni e con un ultimo lavacro (eumque nodo cervicis absolutum detractumque summis plangoribus, summisque lamentationibus atque ultimo lavacro procurant) e svolti gli uffici funebri lo portano a sepoltura con un folto corteo (peractisque feralibus officiis frequenti prosequente comitatu tradunt sepulturae).
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31. Die sequenti filia eius accurrit e proxumo castello, in quod pridem denupserat, maesta atque crines pendulos quatiens et interdum pugnis obtundens ubera; quae nullo quidem domus infortunium nuntiante cuncta cognorat, sed ei per quietem obtulit sese flebilis patris sui facies, adhuc nodo revincta cervice, eique totum novercae scelus aperuit, de adulterio, de maleficio, et quemadmodum larvatus ad inferos demeasset.
Il giorno seguente, accorse la figlia di quello dal villaggio vicino, in cui si era maritata precedentemente, mesta e che si strappava i capelli scarmigliati e che coi pugni intanto si graffiava i seni (Die sequenti filia eius accurrit e proxumo castello, in quod pridem denupserat, maesta atque crines pendulos quatiens et interdum pugnis obtundens ubera); quella aveva scoperto tutte le cose (quae cuncta cogno(ve)rat) anche se nessuno della casa le aveva annunziato la disgrazia (nullo quidem domus infortunium nuntiante), ma piuttosto a ella si mostrò l’immagine flebile di suo padre (sed ei per quietem obtulit sese flebilis patris sui facies) con il collo ancora avvinto al nodo (adhuc nodo revincta cervice) e le spiegò tutta la scelleratezza della matrigna, riguardo all’adulterio, al maleficio e al modo in cui fosse disceso agli inferi dopo essere stato stregato (eique totum novercae scelus aperuit, de adulterio, de maleficio, et quemadmodum larvatus ad inferos demeasset).
Ea cum se diutino plangore cruciasset, concursu familiarium cohibita tandem pausam luctui fecit: iamque nono die rite completis apud tumulum sollemnibus familiam supellectilemque et omnia iumenta ad hereditariam deducit auctionem: tunc unum Larem varie dispergit venditionis incertae licentiosa fortuna.
Ella, poiché si crucciava con continui lamenti (Ea cum se diutino plangore cruciasset), costretta dall’intervento dei famigliari pose infine pausa al suo lutto (concursu familiarium cohibita tandem pausam luctui fecit): e già al noto giorno, secondo il rito (iamque nono die rite), completate le consuetudini (funebri…) presso il tumulo (completis apud tumulum sollemnibus), diede in vendita secondo il diritto ereditario (ad hereditariam deducit auctionem) la famiglia e le suppellettili e tutte le bestie (familiam supellectilemque et omnia iumenta); e così la capricciosa fortuna di una vendita incerta disperse in varie direzioni un unico Lare (tunc unum Larem varie dispergit venditionis incertae licentiosa fortuna).
Me denique ipsum pauperculus quidam hortulanus comparat quinquaginta nummis, magno, ut aiebat, sed ut communi labore victum sibi quaereret.
Me mi compera un certo ortolano molto povero per cinquanta nummi (Me denique ipsum pauperculus quidam hortulanus comparat quinquaginta nummis), per (un prezzo…) molto grande, come diceva, ma (necessario…) affinché si potesse guadagnare il vitto con il lavoro comune a tutti gli uomini (magno, ut aiebat, sed ut communi labore victum sibi quaereret).
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