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LA FUGA DI AMORE E LA DISPERAZIONE DI PSICHE (Apuleio, Asino d’oro, V: 22-24)

Immagine del redattore: Adriano Torricelli
Adriano Torricelli
15 mag
Tempo di lettura: 12 min

Aggiornamento: 22 mag

DA "L'ASINO D'ORO": LA FUGA DI AMORE E LA DISPERAZIONE DI PSICHE 

(Apuleio, Asino d’oro, V: 22-24)

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La storia di Amore e Psiche è una sorta di romanzo all’interno del romanzo “Asino d’oro” di Apuleio. È cioè un lungo racconto riguardante una storia d’amore tra una mortale (la bellissima Psiche) e un dio (il dio Eros, o Amore, o Cupido, come viene variamente chiamato)…

La dea Venere, dea della Bellezza e madre di Amore, invidiosa del successo della mortale Psiche, che le sta rubando la fama di donna più bella del mondo, ordina al figlio di rovinarla facendola sposare con l’uomo più infimo e reietto che ci sia sulla terra.

Ma Amore inaspettatamente si innamora di lei, tanto da rapirla e portarla a vivere nel suo bellissimo palazzo. Lì Psiche vive sola tutto il giorno e non le è nemmeno permesso di vedere il suo sposo, dovendolo ella incontrare al buio ogni notte.

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Entrano allora in gioco le due sorelle di Psiche le quali, invidiose della fortuna di quest'ultima, la convincono di essere in realtà sposata con un pericoloso drago che infesta la zona, e del fatto che sia suo dovere (anche per non avere una prole mostruosa) uccidere il proprio marito mentre dorme, armata di una spada e di una lampada.

Per questo una notte, Psiche si arma di coraggio e cerca di decapitare il “mostruoso” marito con un pugnale e una lucerna. Scoprirà però, proprio per merito della lucerna, che suo marito non è affatto un drago ma una creatura divina e tenerissima, e si pentirà di avere dato ascolto alle maligne sorelle...

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Testo originale:

22.

Tunc Psyche et corporis et animi alioquin infirma fati tamen saevitia subministrante viribus roboratur, et prolata lucerna et adrepta novacula sexum audacia mutatur.

Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt, videt omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem, cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi novaculam paenitebat. At vero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi marcido pallore defecta tremensque desedit in imos poplites et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore; quod profecto fecisset, nisi ferrum timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum evolasset. Iamque lassa, salute defecta, dum saepius divini vultus intuetur pulchritudinem, recreatur animi. Videt capitis aurei genialem caesariem ambrosia temulentam, cervices lacteas genasque purpureas pererrantes crinium globos decoriter impeditos, alios antependulos, alios retropendulos, quorum splendore nimio fulgurante iam et ipsum lumen lucernae vacillabat; per umeros volatilis dei pinnae roscidae micanti flore candicant et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciviunt; ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non paeniteret. Ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela.


23.

Quae dum insatiabili animo Psyche, satis et curiosa, rimatur atque pertrectat et mariti sui miratur arma, depromit unam de pharetra sagittam et punctu pollicis extremam aciem periclitabunda trementis etiam nunc articuli nisu fortiore pupugit altius, ut per summam cutem roraverint parvulae sanguinis rosei guttae. Sic ignara Psyche sponte in Amoris incidit amorem. Tunc magis magisque cupidine fraglans Cupidinis prona in eum efflictim inhians patulis ac petulantibus saviis festinanter ingestis de somni mensura metuebat. Sed dum bono tanto percita saucia mente fluctuat, lucerna illa, sive perfidia pessima sive invidia noxia sive quod tale corpus contingere et quasi basiare et ipsa gestiebat, evomuit de summa luminis sui stillam ferventis olei super umerum dei dexterum. Hem audax et temeraria lucerna et amoris vile ministerium, ipsum ignis totius deum aduris, cum te scilicet amator aliquis, ut diutius cupitis etiam nocte potiretur, primus invenerit. Sic inustus exiluit deus visaque detectae fidei colluvie prorsus ex osculis et manibus infelicissimae coniugis tacitus avolavit.


24.

At Psyche statim resurgentis eius crure dextero manibus ambabus adrepto sublimis evectionis adpendix miseranda et per nubilas plagas penduli comitatus extrema consequia tandem fessa delabitur solo. Nec deus amator humi iacentem deserens involavit proximam cupressum deque eius alto cacumine sic eam graviter commotus adfatur:

"Ego quidem, simplicissima Psyche, parentis meae Veneris praeceptorum immemor, quae te miseri extremique hominis devinctam cupidine infimo matrimonio addici iusserat, ipse potius amator advolavi tibi. Sed hoc feci leviter, scio, et praeclarus ille sagittarius ipse me telo meo percussi teque coniugem meam feci, ut bestia scilicet tibi viderer et ferro caput excideres meum quod istos amatores tuos oculos gerit. Haec tibi identidem semper cavenda censebam, haec benivole remonebam. Sed illae quidem consiliatrices egregiae tuae tam perniciosi magisterii dabunt actutum mihi poenas, te vero tantum fuga mea punivero." Et cum termino sermonis pinnis in altum se proripuit.

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Testo tradotto:

XXII.

«Allora a Psiche vennero meno le forze e l'animo; ma a sostenerla, a ridarle vigore fu il suo stesso implacabile destino: andò a prendere la lucerna, afferrò il rasoio e sentì che il coraggio aveva trasformato la sua natura di donna. «Ma non appena il lume rischiarò l'intimità del letto nuziale, agli occhi di lei apparve la più dolce e la più mite di tutte le fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio, che soavemente dormiva e dinanzi al quale la stessa luce della lampada brillò più viva e la lama del sacrilego rasoio dette un barbaglio di luce. «A quella visione Psiche, impaurita, fuori di sé sbiancata in viso e tremante, sentì le ginocchia piegarsi e fece per nascondere la lama nel proprio petto, e l'avrebbe certamente fatto se l'arma stessa, quasi inorridendo di un così grave misfatto, sfuggendo a quelle mani temerarie, non fosse andata a cadere lontano. «Eppure, benché spossata e priva di sentimento, a contemplare la meraviglia di quel volto divino, ella sentì rianimarsi. «Vide la testa bionda e la bella chioma stillante ambrosia e il candido collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle, al cui abbagliante splendore il lume stesso della lucerna impallidiva; sulle spalle dell'alato iddio il candore smagliante delle penne umide di rugiada e benché l'ali fossero immote, le ultime piume, le più leggere e morbide, vibravano irrequiete come percorse da un palpito. «Tutto il resto del corpo era così liscio e lucente, così bello che Venere non poteva davvero pentirsi d'averlo generato. Ai piedi del letto erano l'arco, la faretra e le frecce, le armi benigne di -così grande dio.

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XXIII.

«Psiche non la smetteva più di guardare le armi dello sposo: con insaziabile curiosità le toccava, le ammirava, tolse perfino una freccia dalla faretra per provarne sul pollice l'acutezza ma per la pressione un po' troppo brusca della mano tremante la punta penetrò in profondità e piccole gocce di roseo sangue apparvero a fior di pelle. Fu così che l'innocente Psiche, senza accorgersene, s'innamorò di Amore. E subito arse di desiderio per lui e gli si abbandonò sopra e con le labbra schiuse per il piacere, di furia, temendo che si destasse, cominciò a baciarlo tutto con baci lunghi e lascivi. «Ma mentre l'anima sua innamorata s'abbandonava a quel piacere la lucerna maligna e invidiosa, quasi volesse toccare e baciare anch'essa quel corpo così bello, lasciò cadere dall'orlo del lucignolo sulla spalla destra del dio una goccia d'olio ardente. Ohimè audace e temeraria lucerna indegna intermediaria d'amore, proprio il dio d'ogni fuoco tu osasti bruciare quando fu certo un amante ad inventarti per godersi più a lungo, anche di notte il suo desiderio. «Balzò su il dio sentendosi scottare e vedendo oltraggiata e tradita la sua fiducia, senza dire parola, d'un volo si sottrasse ai baci e alle carezze dell'infelicissima sposa.

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XXIV.

«Psiche però, nell'attimo in cui egli spiccò il volo, riuscì ad afferrarsi con tutte e due le mani alla sua gamba destra e a restarvi attaccata, inerte peso, compagna del suo altissimo volo fra le nubi, finché, stremata, non si lasciò cadere al suolo. «Ma il dio innamorato non ebbe cuore di lasciarla così distesa a terra e volò su un vicino cipresso e dal ramo più alto con voce grave e turbata così le parlò: «'Oh, troppo ingenua Psiche, mia madre, Venere, mi aveva ordinato di farti innamorare del più abbietto, dell'ultimo degli uomini e a lui darti in isposa; io invece le ho disubbidito e son volato a te per essere io stesso il tuo amante: stata una leggerezza, lo so, e mi sono ferito con il mio stesso dardo, io, famosissimo arciere, e ti ho fatto mia sposa perché tu, pensandomi un mostro, mi troncassi col ferro questo capo che reca due occhi innamorati di te. «'Eppure quante volte ti ho detto di stare in guardia, con che cuore ti ho sempre ammonita. Ma quelle tue brave consigliere presto faranno i conti con me per i loro suggerimenti funesti; quanto a te, basterà la mia fuga a punirti.' E con queste parole aperse le ali e si levò nel cielo.

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Testo latino spiegato:

22.

Tunc Psyche et corporis et animi alioquin infirma fati tamen saevitia subministrante viribus roboratur, et prolata lucerna et adrepta novacula sexum audacia mutatur.

Allora Psiche, inferma peraltro sia nel corpo sia nell’anima (Tunc Psyche et corporis et animi alioquin infirma), aiutandola però la violenza del destino (fati tamen saevitia subministrante), si rafforza (viribus roboratur) e tirata fuori una luicerna e sfoderata la lama è mutata di sesso dall’audacia (et prolata lucerna et adrepta novacula sexum audacia mutatur).

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Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt, videt omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem, cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi novaculam paenitebat.

Ma appena il segreto del materasso fu svelato dall’offerta/azione del lume (Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt), vide tra tutte le fiere la bestia più mite e dolce (videt omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam), quello stesso Cupido, dio grazioso, che dorme graziosamente (ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem), al cui aspetto anche la luce della lucerna si accrebbe felice e si pentiva del pugnale dalla sacrilega punta (cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi novaculam paenitebat).

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At vero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi marcido pallore defecta tremensque desedit in imos poplites et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore; quod profecto fecisset, nisi ferrum timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum evolasset.

E invero Psiche, atterrita da una tale visione e impotente d’animo/fuori di sé (At vero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi), venuta meno con un pallore nervoso e tremante, si lascia cadere sulle ginocchia (marcido pallore defecta tremensque desedit in imos poplites) e cerca di nascondere il ferro, ma nel suo petto (et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore); la qual cosa immediatamente avrebbe fatto, se il ferro/il pugnale non volando via fosse sfuggito dalle mani temerarie per il timore di una tale disgrazia (quod profecto fecisset, nisi ferrum timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum evolasset).

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Iamque lassa, salute defecta, dum saepius divini vultus intuetur pulchritudinem, recreatur animi.

E oramai stanca, mancatale la salute, mentre sempre più spesso/più e più vede la bellezza del divino volto (Iamque lassa, salute defecta, dum saepius divini vultus intuetur pulchritudinem), è rinfrancata d’animo/nell’animo (recreatur animi).

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Videt capitis aurei genialem caesariem ambrosia temulentam, cervices lacteas genasque purpureas, pererrantes crinium globos decoriter impeditos, alios antependulos, alios retropendulos, quorum splendore nimio fulgurante iam et ipsum lumen lucernae vacillabat; per umeros volatilis dei pinnae roscidae micanti flore candicant et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciviunt; ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non paeniteret.

Vede dell’aurea testa la capigliatura maritale/del marito che odora d’ambrosia (Videt capitis aurei genialem caesariem ambrosia temulentam), il collo latteo e le guance purpuree, le ciocche disordinate dei capelli graziosamente raccolte (cervices lacteas genasque purpureas, pererrantes crinium globos decoriter impeditos), alcune che cascano in avanti, altre che cascano indietro (alios antependulos, alios retropendulos), per lo splendore fin troppo folgorante delle quali anche lo stesso lume della lucerna vacillava (quorum splendore nimio fulgurante iam et ipsum lumen lucernae vacillabat); sulle spalle del volatile dio delle penne rugiadose risplendono per una candida lanuggine (per umeros volatilis dei pinnae roscidae micanti flore candicant et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciviunt) e, pur le altre quiescenti/restando quiete, le ultime piumette tenerelle e delicate muovendosi tremule, giocherellano inquitamente (et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciviunt), il corpo rimanente (era…) liscio e luminoso e quale non sarebbe stato fuori luogo che Venere l’avesse partorito (ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non paeniteret).

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Ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela.

Davanti ai piedi del letto giacevano l’arco la faretra e le frecce, le armi propizie del grande dio (Ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela).

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23.

(Nota che questo paragrafo è pieno di giochi di parole: “ Psyche sponte in Amoris incidit amorem…”; “ cupidine fraglans Cupidinis…”; “ ipsum ignis totius deum aduris….”)

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Quae dum insatiabili animo Psyche, satis et curiosa, rimatur atque pertrectat et mariti sui miratur arma, depromit unam de pharetra sagittam et punctu pollicis extremam aciem periclitabunda trementis etiam nunc articuli nisu fortiore pupugit altius, ut per summam cutem roraverint parvulae sanguinis rosei guttae.

Le quali cose mentre Psiche con animo insaziabile, insoddisfatta e curiosa, rimira e maneggia e osserva le armi di suo marito (Quae dum insatiabili animo Psyche, satis et curiosa, rimatur atque pertrectat et mariti sui miratur arma), estrae una freccia dalla faretra (depromit unam de pharetra sagittam) e per la puntura del pollice saggiando la punta finale/l’estremità della punta (et punctu pollicis extremam aciem periclitabunda) si punse più fortemente (pupugit altius) per uno sforzo troppo forte (nisu fortiore) dell’articolazione ancora tremante (trementis etiam nunc articuli), cosicché dalla sommità della cute sgorgarono piccole gocce di rosso sangue (ut per summam cutem roraverint parvulae sanguinis rosei guttae).

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Sic ignara Psyche sponte in Amoris incidit amorem.

Così l’ignara Psiche, da sola, cade/si imprigiona nell’amore di Amore (Sic ignara Psyche sponte in Amoris incidit amorem).

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Tunc magis magisque cupidine fraglans Cupidinis prona in eum efflictim inhians patulis ac petulantibus saviis festinanter ingestis de somni mensura metuebat.

Allora più e più bruciando per il desiderio di Cupido (Tunc magis magisque cupidine fraglans Cupidinis) china su di lui contemplandolo avidamente (prona in eum efflictim inhians), porti affrettatamente baci (saviis festinanter ingestis) grandi e sfacciati (patulis ac petulantibus), aveva paura della fine del sonno (di Amore...) (de somni mensura metuebat).

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Sed dum bono tanto percita saucia mente fluctuat, lucerna illa, sive perfidia pessima sive invidia noxia sive quod tale corpus contingere et quasi basiare et ipsa gestiebat, evomuit de summa luminis sui stillam ferventis olei super umerum dei dexterum.

Ma mentre, rapita da tanto piacere, galleggia con mente ubriaca (Sed dum bono tanto percita saucia mente fluctuat), quella lucerna, sia che/o per tremenda perfidia, sia che/o per colpevole invidia (lucerna illa, sive perfidia pessima sive invidia noxia), sia che/o per il fatto che anch’essa (sive quod et ipsa gestiebat) desiderava toccare e quasi baciare un tale corpo (tale corpus contingere et quasi basiare), buttò fuori dalla sommità del suo lume una goccia di olio bollente sulla spalla destra del dio (evomuit de summa luminis sui stillam ferventis olei super umerum dei dexterum).

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Hem audax et temeraria lucerna et amoris vile ministerium, ipsum ignis totius deum aduris, cum te scilicet amator aliquis, ut diutius cupitis etiam nocte potiretur, primus invenerit.

Ah audace e temeraria lucerna e vile servitù d’amore (Hem audax et temeraria lucerna et amoris vile ministerium), tu bruci il dio stesso di ogni fuoco (ipsum ignis totius deum aduris), anche se te per primo scoprì un qualche amante (cum te scilicet amator aliquis primus invenerit), affinché più a lungo anche di notte (ut diutius etiam nocte ) potesse godere delle cose desiderate (cupitis potiretur).

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Sic inustus exiluit deus visaque detectae fidei colluvie prorsus ex osculis et manibus infelicissimae coniugis tacitus avolavit.

Così bruciato si levò il dio (Sic inustus exiluit deus) e, vista la lordura/lo scempio della fiducia stabilita (visaque detectae fidei colluvie), tacito fuggì via (prorsus tacitus avolavit) dai baci e dalle mani dell’infelicissima moglie (ex osculis et manibus infelicissimae coniugis).

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24.

At Psyche statim resurgentis eius crure dextero manibus ambabus adrepto sublimis evectionis adpendix miseranda et per nubilas plagas penduli comitatus extrema consequia tandem fessa delabitur solo.

E Psiche, subito afferrata la gamba destra di quello che si alzava verso l’alto con entrambe le mani (At Psyche statim resurgentis eius crure dextero manibus ambabus adrepto), misera appendice della nobile salita e ultimo anello del pendulo gruppo attraverso oscure plaghe (ublimis evectionis adpendix miseranda et per nubilas plagas penduli comitatus extrema consequia), tuttavia alla fine essendosi stancata, cade al suolo (tandem fessa delabitur solo).

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Nec deus amator humi iacentem deserens involavit proximam cupressum deque eius alto cacumine sic eam graviter commotus adfatur:

E il dio amante, non abbandonandola giacente al suolo (Nec deus amator humi iacentem deserens), volò su un vicino cipresso (involavit proximam cupressum) e dall’alta cima di esso, fortemente commosso, le parla così (deque eius alto cacumine sic eam graviter commotus adfatur):

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"Ego quidem, simplicissima Psyche, parentis meae Veneris praeceptorum immemor, quae te miseri extremique hominis devinctam cupidine infimo matrimonio addici iusserat, ipse potius amator advolavi tibi.

Io, o ingenuissima Psiche, immemore degli ordini di mia madre Venere, che aveva ordinato ched tu fossi assegnata in un infimo matrimonio (Ego quidem, simplicissima Psyche, parentis meae Veneris praeceptorum immemor, quae te infimo matrimonio addici iusserat) avvinta dall’amore di un uomo misero e di condizione estrema/infima (miseri extremique hominis devinctam cupidine), io stesso piuttosto/invece come amante mi sono avvicinato a te (ipse potius amator advolavi tibi).

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Sed hoc feci leviter, scio, et praeclarus ille sagittarius ipse me telo meo percussi teque coniugem meam feci, ut bestia scilicet tibi viderer et ferro caput excideres meum quod istos amatores tuos oculos gerit.

Ma lo feci con leggerezza, lo so, e io stesso, quel famosissimo arcere, con la mia freccia mi sono ferito e ti ho resa mia moglie (Sed hoc feci leviter, scio, et praeclarus ille sagittarius ipse me telo meo percussi teque coniugem meam feci), (solo…) affinché ti apparissi appunto come una bestia e tu con una spada recidessi il mio capo, che rese questi tuoi occhi innamorati/fece innamorare i tuoi occhi (ut bestia scilicet tibi viderer et ferro caput excideres meum quod istos amatores tuos oculos gerit)

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Haec tibi identidem semper cavenda censebam, haec benivole remonebam.

Queste cose sempre e ripetutamente ti spiegavo che dovevano essere temute, queste cose (poi…) con benevolenza ti ricordavo (Haec tibi identidem semper cavenda censebam, haec benivole remonebam).

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Sed illae quidem consiliatrices egregiae tuae tam perniciosi magisterii dabunt actutum mihi poenas, te vero tantum fuga mea punivero."

Ma certo quelle tue egregie consigliere subito mi daranno pene/pagheranno per un tanto perniciso insegnamento (Sed illae quidem consiliatrices egregiae tuae tam perniciosi magisterii dabunt actutum mihi poenas), te invero punirò soltanto con la mia fuga (te vero tantum fuga mea punivero)!”

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Et cum termino sermonis pinnis in altum se proripuit.

E alla fine del discorso si slanciò con le sue ali verso l’alto (Et cum termino sermonis pinnis in altum se proripuit).

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