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MARCO AURELIO: PENSIERI SUL BENE E SUL MALE

Immagine del redattore: Adriano Torricelli
Adriano Torricelli
30 giu
Tempo di lettura: 15 min

Aggiornamento: 9 lug

MARCO AURELIO, PENSIERI SUL BENE E SUL MALE

(Marco Aurelio - Τὰ εἰς ἑαυτόν: II, 1; VIII, 34; IX, 1)

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Alcune celebri riflessioni tratte dall’A se stesso di Marco Aurelio, attraverso le quali l’imperatore filosofo ricorda a se stesso i fondamenti stessi dell’etica stoica, che vuole che l’uomo si sottometta incondizionatamente al Tutto, accettandone i decreti e realizzando la parte che in esso, singolarmente, egli riveste, e individua al tempo stesso nell’ignoranza intellettuale del Bene l’unica vera causa della malvagità e del peccato umani.

Tra l’altro, quest’ultima idea ha implicazioni che ricordano molto da vicino l’etica cristiana, che afferma il dovere per il fedele di perdonare i peccati altrui, anche qualora essi ci coinvolgano direttamente. Nel primo brano infatti (II,1) Marco Aurelio, un po’ come Gesù, afferma che sia errato odiare i propri simili quando sbagliano, e (seppure non esplicitamente in questo brano) che nostro dovere precipuo sia quello di aiutarli a riconoscere il proprio errore e a correggerlo.

Ma rifiutarsi di assolvere al compito che il Tutto ci ha dato, negandosi alla comunità umana e alla Natura stessa, significa anche tagliarsi fuori da esso e togliere ogni senso alla nostra vita, che da esso solo lo può trarre (VIII, 34).

L’uomo dunque, deve accettare lealmente ciò che la vita gli propone, sia nel bene che nel male, sia nella gioia che nel dolore, sia nella fama che nell’anonimato. Chi sceglie di riservarsi solo le cose belle o i piaceri e di scansare le fatiche e i dolori, commette dunque il sommo peccato, perché si nega alla propria missione esistenziale, che per sua natura implica egualmente entrambe le cose: il piacere e il dolore, la felicità e la tristezza, ecc. (ὅστις οὖν πρὸς πόνον καὶ ἡδονὴν ἢ θάνατον καὶ ζωὴν ἢ δόξαν καὶ ἀδοξίαν, οἷς ἐπίσης ἡ τῶν ὅλων φύσις χρῆται, αὐτὸς οὐκ ἐπίσης [5] ἔχει, δῆλον ὡς ἀσεβεῖ - Dunque, colui che non accetta egualmente il dolore e il piacere, la morte e la vita, la fama e l'anonimato (tutte cose distribuite in quantità eguale in natura), è chiaro che commette peccato: IX, 1).

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Testo originale greco:

A se stesso: II, 1 Chi sbaglia lo fa per ignoranza del bene e non deve quindi essere odiato da chi lo conosce…

Ἕωθεν προλέγειν ἑαυτῷ· συντεύξομαι περιέργῳ, ἀχαρίστῳ, ὑβριστῇ, δολερῷ, βασκάνῳ, ἀκοινωνήτῳ· πάντα ταῦτα συμβέβηκεν ἐκείνοις παρὰ τὴν ἄγνοιαν τῶν ἀγαθῶν καὶ κακῶν. ἐγὼ δὲ τεθεωρηκὼς τὴν φύσιν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι καλόν, καὶ τοῦ κακοῦ ὅτι αἰσχρόν, καὶ τὴν αὐτοῦ τοῦ ἁμαρτάνοντος φύσιν ὅτι μοι συγγενής, οὐχὶ αἵματος ἢ σπέρματος τοῦ αὐτοῦ, ἀλλὰ νοῦ καὶ θείας ἀπομοίρας μέτοχος, οὔτε βλαβῆναι ὑπό τινος αὐτῶν δύναμαι· αἰσχρῷ γάρ με οὐδεὶς περιβαλεῖ· οὔτε ὀργίζεσθαι τῷ συγγενεῖ δύναμαι οὔτε ἀπέχθεσθαι αὐτῷ. γεγόναμεν γὰρ πρὸς συνεργίαν ὡς πόδες, ὡς χεῖρες, ὡς βλέφαρα, ὡς οἱ στοῖχοι τῶν ἄνω καὶ κάτω ὀδόντων. τὸ οὖν ἀντιπράσσειν ἀλλήλοις παρὰ φύσιν· ἀντιπρακτικὸν δὲ τὸ ἀγανακτεῖν καὶ ἀποστρέφεσθαι.

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VIII, 34 Il peccatore si emargina dal resto del mondo, perde il ruolo che in esso deve avere in quanto parte del tutto, e si condanna alla solitudine.

Εἴ ποτε εἶδες χεῖρα ἀποκεκομμένην ἢ πόδα ἢ κεφαλὴν ἀποτετμημένην, χωρίς πού ποτε ἀπὸ τοῦ λοιποῦ σώματος κειμένην: τοιοῦτον ἑαυτὸν ποιεῖ, ὅσον ἐφ̓ ἑαυτῷ, ὁ μὴ θέλων τὸ συμβαῖνον καὶ ἀποσχίζων ἑαυτὸν ἢ ὁ ἀκοινώνητόν τι πράσσων. ἀπέρριψαί πού ποτε ἀπὸ τῆς κατὰ φύσιν ἑνώσεως: ἐπεφύκεις γὰρ μέρος: νῦν δὲ σεαυτὸν ἀπέκοψας. ἀλλ̓ ὧδε κομψὸν ἐκεῖνο, ὅτι ἔξεστί σοι πάλιν ἑνῶσαι σεαυτόν. τοῦτο ἄλλῳ μέρει οὐδενὶ θεὸς ἐπέτρεψεν, χωρισθέντι καὶ διακοπέντι πάλιν συνελθεῖν, ἀλλὰ σκέψαι τὴν χρηστότητα ᾗ τετίμηκε τὸν ἄνθρωπον: καὶ γὰρ ἵνα τὴν ἀρχὴν μὴ ἀπορραγῇ ἀπὸ τοῦ ὅλου ἐπ̓ αὐτῷ ἐποίησε, καὶ ἀπορραγέντι πάλιν ἐπανελθεῖν καὶ συμφῦναι καὶ τὴν τοῦ μέρους τάξιν ἀπολαβεῖν ἐποίησεν.

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IX, 1 Siamo nati per collaborare, chi non lo fa commette peccato: varie tipologie di peccatore.

Ὁ ἀδικῶν ἀσεβεῖ· τῆς γὰρ τῶν ὅλων φύσεως κατεσκευακυίας τὰ λογικὰ ζῷα ἕνεκεν ἀλλήλων, ὥστε ὠφελεῖν μὲν ἄλληλα κατ' ἀξίαν βλάπτειν δὲ μηδαμῶς, ὁ τὸ βούλημα ταύτης παραβαίνων ἀσεβεῖ δηλονότι εἰς τὴν πρεσβυτάτην τῶν θεῶν. ἡ γὰρ τῶν ὅλων φύσις ὄντων ἐστὶ φύσις· τὰ δέ γε ὄντα πρὸς τὰ ὑπάρχοντα πάντα οἰκείως [2] ἔχει. ἔτι δὲ καὶ ὁ ψευδόμενος [δὲ] ἀσεβεῖ περὶ τὴν αὐτὴν θεόν· καὶ Ἀλήθεια αὕτη ὀνομάζεται καὶ τῶν ἀληθῶν ἁπάντων πρώτη αἰτία ἐστιν. ὁ μὲν οὖν ἑκὼν ψευδόμενος ἀσεβεῖ, καθόσον ἐξαπατῶν ἀδικεῖ· ὁ δὲ ἄκων, καθόσον διαφωνεῖ τῇ τῶν ὅλων φύσει καὶ καθόσον ἀκοσμεῖ μαχόμενος τῇ τοῦ κόσμου φύσει· μάχεται γὰρ ὁ ἐπὶ τἀναντία τοῖς ἀληθέσι φερόμενος παρ' ἑαυτόν· ἀφορμὰς γὰρ προειλήφει παρὰ τῆς φύσεως, ὧν ἀμελήσας οὐχ οἷός τέ ἐστι νῦν διακρίνειν [3] τὰ ψευδῆ ἀπὸ τῶν ἀληθῶν. καὶ μὴν καὶ ὁ τὰς ἡδονὰς ὡς ἀγαθὰ διώκων, τοὺς δὲ πόνους ὡς κακὰ φεύγων ἀσεβεῖ· ἀνάγκη γὰρ τὸν τοιοῦτον μέμφεσθαι πολλάκις τῇ κοινῇ φύσει ὡς παρ' ἀξίαν τι ἀπονεμούσῃ τοῖς φαύλοις καὶ τοῖς σπουδαίοις, διὰ τὸ πολλάκις τοὺς μὲν φαύλους ἐν ἡδοναῖς εἶναι καὶ τὰ ποιητικὰ τούτων κτᾶσθαι, τοὺς δὲ σπουδαίους πόνῳ καὶ τοῖς ποιητικοῖς τούτου [4] περιπίπτειν. ἔτι δὲ ὁ φοβούμενος τοὺς πόνους φοβηθήσεταί ποτε καὶ τῶν ἐσομένων τι ἐν τῷ κόσμῳ, τοῦτο δὲ ἤδη ἀσεβές· ὅ τε διώκων τὰς ἡδονὰς οὐκ ἀφέξεται τοῦ ἀδικεῖν, τοῦτο δὲ ἐναργῶς ἀσεβές· χρὴ δὲ πρὸς ἃ ἡ κοινὴ φύσις ἐπίσης ἔχει (οὐ γὰρ ἀμφότερα ἂν ἐποίει, εἰ μὴ πρὸς ἀμφότερα ἐπίσης εἶχε), πρὸς ταῦτα καὶ τοὺς τῇ φύσει βουλομένους ἕπεσθαι, ὁμογνώμονας ὄντας, ἐπίσης διακεῖσθαι· ὅστις οὖν πρὸς πόνον καὶ ἡδονὴν ἢ θάνατον καὶ ζωὴν ἢ δόξαν καὶ ἀδοξίαν, οἷς ἐπίσης ἡ τῶν ὅλων φύσις χρῆται, αὐτὸς οὐκ ἐπίσης [5] ἔχει, δῆλον ὡς ἀσεβεῖ. λέγω δὲ τὸ χρῆσθαι τούτοις ἐπίσης τὴν κοινὴν φύσιν ἀντὶ τοῦ κατὰ τὸ ἑξῆς συμβαίνειν ἐπίσης τοῖς γινομένοις καὶ ἐπιγινομένοις ὁρμῇ τινι ἀρχαίᾳ τῆς προνοίας, καθ' ἣν ἀπό τινος ἀρχῆς ὥρμησεν ἐπὶ τήνδε τὴν διακόσμησιν, συλλαβοῦσά τινας λόγους τῶν ἐσομένων καὶ δυνάμεις γονίμους ἀφορίσασα ὑποστάσεών τε καὶ μεταβολῶν καὶ διαδοχῶν τοιούτων.

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Traduzione letteraria:

LIBRO II: 1

Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall'ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male. Quanto a me, poiché riflettendo sulla natura del bene e del male ho concluso che si tratta rispettivamente di ciò che è bello o brutto in senso morale, e, riflettendo sulla natura di chi sbaglia, ho concluso che si tratta di un mio parente, non perché derivi dallo stesso sangue o dallo stesso seme, ma in quanto compartecipe dell'intelletto e di una particella divina, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. Infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e inferiori. Pertanto agire l'uno contro l'altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire contro di lui.

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LIBRO VIII: 34

Se ti è mai capitato di vedere una mano troncata via, o un piede, oppure una testa spiccata che giace da qualche parte, lontano dal resto del corpo - ebbene, tale si rende, per quanto dipende da lui, chi non vuole ciò che accade e si recide dall'universo, o chi compie un'azione contraria al bene comune. Ti sei sbalzato via, in un qualche angolo, isolandoti da quell'unione che è conforme a natura: eri nato come parte, e ora ti sei scisso. Ma è qui che sta il fatto grandioso: puoi di nuovo tornare a quell'unione. Il dio non ha consentito a nessun'altra parte, una volta che si sia separata e recisa, di tornare ad unirsi. Ma osserva la bontà con cui ha voluto onorare l'uomo: gli ha dato il potere, all'inizio, di non separarsi dal tutto, e, quando proprio se ne sia separato, di ritornarvi, di aderire un'altra volta allo stesso organismo e di riprendere il suo posto di parte.

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LIBRO IX: 1

Chi commette ingiustizia commette empietà: infatti, poiché la natura universale ha prodotto gli esseri razionali gli uni per gli altri, così che si aiutino reciprocamente secondo il merito di ciascuno, e non si danneggino in modo alcuno, chi trasgredisce il suo volere è, evidentemente, empio verso la più venerabile delle divinità. Anche chi mentisce commette empietà verso la stessa dea: perché la natura universale è la natura degli esseri, e gli esseri sono intimamente legati con le cose che esistono. Per di più, essa viene anche chiamata verità ed è la causa prima di ogni verità: quindi chi mentisce volontariamente commette empietà in quanto ingannando commette ingiustizia; chi invece lo fa involontariamente, commette ingiustizia in quanto entra in dissidio con la natura universale e ne turba l'ordine combattendo contro la natura del cosmo. Impugna le armi, infatti, chi di propria iniziativa muove verso il contrario della verità: dalla natura aveva inizialmente ricevuto i fondamenti necessari, ma li ha abbandonati e non è più in grado di discernere il falso dal vero. E ancora: commette empietà anche chi insegue il piacere come bene e fugge il dolore come male; è inevitabile che una persona del genere critichi spesso la natura comune, convinto che essa agisca contro il giusto merito nell'assegnare qualcosa alle persone dappoco e agli uomini di valore, dato che sovente i primi vivono nei piaceri e conseguono ciò che produce piacere, mentre i secondi incorrono nel dolore e in quello che lo causa. Inoltre: chi teme i dolori prima o poi avrà timore anche di ciò che avverrà nel cosmo, e già questo è un'empietà. E chi insegue i piaceri non si asterrà dal commettere ingiustizia: e questo è palesemente empio. Mentre chi vuole seguire la natura deve essere parimenti concorde verso ciò che la natura comune include in pari misura - non avrebbe prodotto entrambe le cose, infatti, se non avesse pari rapporto con entrambe -: pertanto chi non ha pari rapporto con il dolore e il piacere, o la morte e la vita, o la fama e l'oscurità, di cui la natura universale fa pari uso, commette evidentemente empietà. Dico che la natura universale fa uso indifferente di queste cose nel senso che accadono indifferentemente, in conformità agli eventi e alle loro conseguenze, per un impulso originario della provvidenza, in virtù del quale la provvidenza procedendo da un'origine ha dato impulso a questo ordinamento cosmico, avendo concepito determinate ragioni delle cose future e definito forze atte a generare sostanze, trasformazioni e consimili successioni.

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Testo greco spiegato:

II, 1

Ἕωθεν προλέγειν ἑαυτῷ· συντεύξομαι περιέργῳ, ἀχαρίστῳ, ὑβριστῇ, δολερῷ, βασκάνῳ, ἀκοινωνήτῳ· πάντα ταῦτα συμβέβηκεν ἐκείνοις παρὰ τὴν ἄγνοιαν τῶν ἀγαθῶν καὶ κακῶν.

Dal mattino (devi…) dire a te stesso (Ἕωθεν προλέγειν ἑαυτῷ): incontrerò un pedante, un ingrato, un superbo, un bugiardo, un invidioso, un insocievole (συντεύξομαι περιέργῳ, ἀχαρίστῳ, ὑβριστῇ, δολερῷ, βασκάνῳ, ἀκοινωνήτῳ; συν-τεύξομαι: futuro di συν-τυγχάνω); tutte queste cose/atteggiamenti erano capitati a essi/li riguardano per ignoranza delle cose belle e delle brutte (πάντα ταῦτα συμβέβηκεν ἐκείνοις παρὰ τὴν ἄγνοιαν τῶν ἀγαθῶν καὶ κακῶν).

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ἐγὼ δὲ τεθεωρηκὼς τὴν φύσιν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι καλόν, καὶ τοῦ κακοῦ ὅτι αἰσχρόν, καὶ τὴν αὐτοῦ τοῦ ἁμαρτάνοντος φύσιν ὅτι μοι συγγενής, οὐχὶ αἵματος ἢ σπέρματος τοῦ αὐτοῦ, ἀλλὰ νοῦ καὶ θείας ἀπομοίρας μέτοχος, οὔτε βλαβῆναι ὑπό τινος αὐτῶν δύναμαι· αἰσχρῷ γάρ με οὐδεὶς περιβαλεῖ· οὔτε ὀργίζεσθαι τῷ συγγενεῖ δύναμαι οὔτε ἀπέχθεσθαι αὐτῷ.

Ma io, avendo visto la natura del buono, che è cosa bella (ἐγὼ δὲ τεθεωρηκὼς τὴν φύσιν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι καλόν), e del male, che è cosa brutta (καὶ τοῦ κακοῦ ὅτι αἰσχρόν), e la natura di colui che erra/pecca, che è mio consimile (καὶ τὴν αὐτοῦ τοῦ ἁμαρτάνοντος φύσιν ὅτι μοι συγγενής), non (essendo io…) partecipe (οὐχὶ μέτοχος) del sangue e del seme di quello, ma delle mente e della parte divina (αἵματος ἢ σπέρματος τοῦ αὐτοῦ, ἀλλὰ νοῦ καὶ θείας ἀπομοίρας), nemmeno posso essere danneggiato da uno di quelli/di coloro che peccano (οὔτε βλαβῆναι ὑπό τινος αὐτῶν δύναμαι; βλαβῆναι: infinito aoristo passivo di βλάπτω); al brutto/a ciò che è turpe infatti nessuno mi spingerà (αἰσχρῷ γάρ με οὐδεὶς περιβαλεῖ), né posso infuriarmi con un consimile (οὔτε ὀργίζεσθαι τῷ συγγενεῖ δύναμαι) né provare odio per lui (οὔτε ἀπέχθεσθαι αὐτῷ; ἀπέχθεσθαι: infinito aoristo medio (con signif. attivo) di ἀπεχθάνομαι).

γεγόναμεν γὰρ πρὸς συνεργίαν ὡς πόδες, ὡς χεῖρες, ὡς βλέφαρα, ὡς οἱ στοῖχοι τῶν ἄνω καὶ κάτω ὀδόντων.

Siamo nati infatti per la collaborazione come (lo sono…) i piedi, come le mani, come le palpebre, come le file dei denti di sopra e di di sotto (γεγόναμεν γὰρ πρὸς συνεργίαν ὡς πόδες, ὡς χεῖρες, ὡς βλέφαρα, ὡς οἱ στοῖχοι τῶν ἄνω καὶ κάτω ὀδόντων).

τὸ οὖν ἀντιπράσσειν ἀλλήλοις παρὰ φύσιν· ἀντιπρακτικὸν δὲ τὸ ἀγανακτεῖν καὶ ἀποστρέφεσθαι.

Dunque l’ostacolarsi gli uni con gli altri (è…) contro natura (τὸ οὖν ἀντιπράσσειν ἀλλήλοις παρὰ φύσιν); ed (è…) cosa da non fare (ἀντιπρακτικὸν δὲ) l’infuriarsi e il volgersi altrove/il volgere le spalle al prossimo (τὸ ἀγανακτεῖν καὶ ἀποστρέφεσθαι).

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VIII, 34

Εἴ ποτε εἶδες χεῖρα ἀποκεκομμένην ἢ πόδα ἢ κεφαλὴν ἀποτετμημένην, χωρίς πού ποτε ἀπὸ τοῦ λοιποῦ σώματος κειμένην: τοιοῦτον ἑαυτὸν ποιεῖ, ὅσον ἐφ̓ ἑαυτῷ, ὁ μὴ θέλων τὸ συμβαῖνον καὶ ἀποσχίζων ἑαυτὸν ἢ ὁ ἀκοινώνητόν τι πράσσων.

Se mai hai visto una mano recisa (Εἴ ποτε εἶδες χεῖρα ἀποκεκομμένην; ἀπο-κεκομμένην: participio perfetto medio passivo da ἀπο-κόπτω) o un piede o una testa tagliata/tagliati (ἢ πόδα ἢ κεφαλὴν ἀποτετμημένην; ἀπο-τετμημένην: participio perfetto medio passivo da ἀπο-τέμνω), la quale giace/che giacciono (κειμένην) in qualche luogo e in qualche tempo/in qualche modo (πού ποτε) lontano dal corpo rimanente/dal resto del corpo (χωρίς ἀπὸ τοῦ λοιποῦ σώματος); tale rende se stesso (τοιοῦτον ἑαυτὸν ποιεῖ), per quanto (dipende…) da se stesso/da lui (ὅσον ἐφ̓ ἑαυτῷ), colui che non vuole ciò che conviene a tutti (ὁ μὴ θέλων τὸ συμβαῖνον) e che separa se stesso (dagli altri…) (καὶ ἀποσχίζων ἑαυτὸν) o colui che fa qualcosa di insocievole/contrario al sentire comune (ἢ ὁ ἀκοινώνητόν τι πράσσων).

ἀπέρριψαί πού ποτε ἀπὸ τῆς κατὰ φύσιν ἑνώσεως: ἐπεφύκεις γὰρ μέρος: νῦν δὲ σεαυτὸν ἀπέκοψας.

Allontanati in qualche modo dall’unione secondo natura/con la Natura (ἀπέρριψαί πού ποτε ἀπὸ τῆς κατὰ φύσιν ἑνώσεως); sei nato infatti parte (ἐπεφύκεις γὰρ μέρος), pur avendo ora separato te stesso (da essa…) (νῦν δὲ σεαυτὸν ἀπέκοψας).

ἀλλ̓ ὧδε κομψὸν ἐκεῖνο, ὅτι ἔξεστί σοι πάλιν ἑνῶσαι σεαυτόν.

Ma (sei...) quella parte che si è tagliata fuori (ἀλλ̓ κομψὸν ἐκεῖνο) cosicché (ὧδε e ὅτι: hanno valore consecutivo: “in modo tale (ὧδε) che (ὅτι)”) a te è possibile unire di nuovo te stesso (al Tutto…) (ἔξεστί σοι πάλιν ἑνῶσαι σεαυτόν).

τοῦτο ἄλλῳ μέρει οὐδενὶ θεὸς ἐπέτρεψεν, χωρισθέντι καὶ διακοπέντι, πάλιν συνελθεῖν.

Questa cosa a nessun’altra parte Dio ha concesso (τοῦτο ἄλλῳ μέρει οὐδενὶ θεὸς ἐπέτρεψεν), la quale è stata isolata e la quale è stata separata/che si sia isolata e separata (χωρισθέντι καὶ διακοπέντι: il dativo è dovuto al fatto che dipendono da μέρει οὐδενὶ), il congiungersi di nuovo (πάλιν συνελθεῖν).

ἀλλὰ σκέψαι τὴν χρηστότητα ᾗ τετίμηκε τὸν ἄνθρωπον: καὶ γὰρ ἵνα τὴν ἀρχὴν μὴ ἀπορραγῇ ἀπὸ τοῦ ὅλου ἐπ̓ αὐτῷ ἐποίησε, καὶ ἀπορραγέντι πάλιν ἐπανελθεῖν καὶ συμφῦναι καὶ τὴν τοῦ μέρους τάξιν ἀπολαβεῖν ἐποίησεν.

Ma guarda la generosità con la quale (dio…) ha onorato l’uomo (ἀλλὰ σκέψαι τὴν χρηστότητα ᾗ τετίμηκε τὸν ἄνθρωπον): e infatti per lui fece in modo che (καὶ γὰρ ἀπορραγῇ ἀπὸ τοῦ ὅλου ἐπ̓ αὐτῷ ἐποίησε ἵνα) assolutamente non (τὴν ἀρχὴν μὴ: espressione idiomatica, come omnino non in latino) potesse essere strappato dal Tutto (ἀπορραγῇ ἀπὸ τοῦ ὅλου; ἀπορραγῇ = ἀπορραχθῇ: 3^ sing. congiuntivo aoristo passivo di ἀπο-ρράσσω: strappo via), e fece sì (καὶ ἐποίησεν) per colui che fosse stato strappato (dal Tutto…) di poter di nuovo ritornarvi (ἀπορραγέντι πάλιν ἐπανελθεῖν; ἀπορραγέντι=ἀπορραχθέντι: vedi sopra...) e essere in esso (καὶ συμφῦναι) e riprendere il posto della parte (καὶ τὴν τοῦ μέρους τάξιν ἀπολαβεῖν).

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IX, 1

1) Primo tipo di peccatore (o il peccatore “in generale”): colui che commette ingiustizia volontariamente.

Ὁ ἀδικῶν ἀσεβεῖ· τῆς γὰρ τῶν ὅλων φύσεως κατεσκευακυίας τὰ λογικὰ ζῷα ἕνεκεν ἀλλήλων, ὥστε ὠφελεῖν μὲν ἄλληλα κατ' ἀξίαν, βλάπτειν δὲ μηδαμῶς, ὁ τὸ βούλημα ταύτης παραβαίνων ἀσεβεῖ δηλονότι εἰς τὴν πρεσβυτάτην τῶν θεῶν.

Colui che commette ingiustizia, commette peccato (Ὁ ἀδικῶν ἀσεβεῖ); infatti la natura di tutte le cose avendo predisposto gli animali razionali (τῆς γὰρ τῶν ὅλων φύσεως κατεσκευακυίας τὰ λογικὰ ζῷα; τῆς φύσεως κατεσκευακυίας: trattasi di genitivo assoluto) gli uni per gli altri (ἕνεκεν ἀλλήλων), in modo da aiutarsi gli uni gli altri secondo il valore (ὥστε ὠφελεῖν μὲν ἄλληλα κατ' ἀξίαν) e in nessun modo ferirsi (βλάπτειν δὲ μηδαμῶς), colui che va contro/contravviene il volere di questa/della natura di tutto (ὁ τὸ βούλημα ταύτης παραβαίνων) commette peccato chiaramente verso la più anziana delle dee (ἀσεβεῖ δηλονότι εἰς τὴν πρεσβυτάτην τῶν θεῶν).

ἡ γὰρ τῶν ὅλων φύσις ὄντων ἐστὶ φύσις· τὰ δέ γε ὄντα πρὸς τὰ ὑπάρχοντα πάντα οἰκείως [2] ἔχει.

La natura di tutte le cose infatti è la natura di tutte le cose che sono (ἡ γὰρ τῶν ὅλων φύσις ὄντων ἐστὶ φύσις); e le cose che sono esistono familiarmente/hanno familiarità (τὰ δέ γε ὄντα οἰκείως ἔχει) con tutte le cose che vengono all’essere/che nascono (πρὸς τὰ ὑπάρχοντα πάντα).

2) Secondo tipo di peccatore: colui che mente, coscientemente o meno...

ἔτι δὲ καὶ ὁ ψευδόμενος [δὲ] ἀσεβεῖ περὶ τὴν αὐτὴν θεόν· καὶ Ἀλήθεια αὕτη ὀνομάζεται καὶ τῶν ἀληθῶν ἁπάντων πρώτη αἰτία ἐστιν.

E ancora (ἔτι δὲ) anche colui che mente inoltre commette peccato verso questa dea (καὶ ὁ ψευδόμενος [δὲ] ἀσεβεῖ περὶ τὴν αὐτὴν θεόν); e (infatti…) essa è chiamata Verità ed è causa prima di tutte le cose vere (καὶ Ἀλήθεια αὕτη ὀνομάζεται καὶ τῶν ἀληθῶν ἁπάντων πρώτη αἰτία ἐστιν).

ὁ μὲν οὖν ἑκὼν ψευδόμενος ἀσεβεῖ, καθόσον ἐξαπατῶν ἀδικεῖ· ὁ δὲ ἄκων, καθόσον διαφωνεῖ τῇ τῶν ὅλων φύσει καὶ καθόσον ἀκοσμεῖ μαχόμενος τῇ τοῦ κόσμου φύσει· μάχεται γὰρ ὁ ἐπὶ τἀναντία τοῖς ἀληθέσι φερόμενος παρ' ἑαυτόν· ἀφορμὰς γὰρ προειλήφει παρὰ τῆς φύσεως, ὧν ἀμελήσας οὐχ οἷός τέ ἐστι νῦν διακρίνειν [3] τὰ ψευδῆ ἀπὸ τῶν ἀληθῶν.

Da una parte colui che mente volendo/consapevolmente commette peccato (ὁ μὲν οὖν ἑκὼν ψευδόμενος ἀσεβεῖ; nota la contrapposizione tra ἑκὼν e ἄκων: “volente” e “non volente”), in quanto commette ingiustizia ingannando (καθόσον ἐξαπατῶν ἀδικεῖ); dall’altra (colui che mente...) non volendo/inconsapevolmente (lo fa…), in quanto parla contro/si contrappone alla natura di tutte le cose (ὁ δὲ ἄκων, καθόσον διαφωνεῖ τῇ τῶν ὅλων φύσει) e in quanto combattendola mette in subbuglio la natura dell’ordine/del Cosmo (καὶ καθόσον ἀκοσμεῖ μαχόμενος τῇ τοῦ κόσμου φύσει): combatte infatti in quanto si è portato/si è schierato con le cose opposte alle vere da se stesso (μάχεται γὰρ ὁ ἐπὶ τἀναντία τοῖς ἀληθέσι φερόμενος παρ' ἑαυτόν); difatti aveva appreso dalla natura i principi (ἀφορμὰς γὰρ προειλήφει παρὰ τῆς φύσεως), trascurando i quali (ὧν ἀμελήσας ο) ora non è più tale/capace nemmeno (ὐχ οἷός τέ ἐστι νῦν) di discriminare le cose false dalle vere (διακρίνειν τὰ ψευδῆ ἀπὸ τῶν ἀληθῶν).

3) Terzo tipo di peccatore: colui che cerca il piacere e rifugge dal dolore...

καὶ μὴν καὶ ὁ τὰς ἡδονὰς ὡς ἀγαθὰ διώκων, τοὺς δὲ πόνους ὡς κακὰ φεύγων ἀσεβεῖ· ἀνάγκη γὰρ τὸν τοιοῦτον μέμφεσθαι πολλάκις τῇ κοινῇ φύσει ὡς παρ' ἀξίαν τι ἀπονεμούσῃ τοῖς φαύλοις καὶ τοῖς σπουδαίοις, διὰ τὸ πολλάκις τοὺς μὲν φαύλους ἐν ἡδοναῖς εἶναι καὶ τὰ ποιητικὰ τούτων κτᾶσθαι, τοὺς δὲ σπουδαίους πόνῳ καὶ τοῖς ποιητικοῖς τούτου [4] περιπίπτειν.

E certamente anche colui che cerca come beni i piaceri (καὶ μὴν καὶ ὁ τὰς ἡδονὰς ὡς ἀγαθὰ διώκων) e che fugge le fatiche come mali (τοὺς δὲ πόνους ὡς κακὰ φεύγων) commette peccato (ἀσεβεῖ); è necessario/destino infatti che un tale (uomo…) rimproveri spesso la Natura comune (ἀνάγκη γὰρ τὸν τοιοῦτον μέμφεσθαι πολλάκις τῇ κοινῇ φύσει) in quanto contro ogni merito distribuente/distribuisce ai vili e ai volenterosi (ὡς παρ' ἀξίαν τι ἀπονεμούσῃ τοῖς φαύλοις καὶ τοῖς σπουδαίοις), per l’essere spesso i vili tra i piaceri (διὰ τὸ πολλάκις τοὺς μὲν φαύλους ἐν ἡδοναῖς εἶναι) e l’ottenere le cose fattive di essi (καὶ τὰ ποιητικὰ τούτων κτᾶσθαι), e l’inciampare dall’altra i volenterosi nella fatica e nelle cose fattive di questa/in ciò che la alimenta (τοὺς δὲ σπουδαίους πόνῳ καὶ τοῖς ποιητικοῖς τούτου περιπίπτειν).

ἔτι δὲ ὁ φοβούμενος τοὺς πόνους φοβηθήσεταί ποτε καὶ τῶν ἐσομένων τι ἐν τῷ κόσμῳ, τοῦτο δὲ ἤδη ἀσεβές· ὅ τε διώκων τὰς ἡδονὰς οὐκ ἀφέξεται τοῦ ἀδικεῖν, τοῦτο δὲ ἐναργῶς ἀσεβές·

E ancora colui che ha paura delle fatiche (ἔτι δὲ ὁ φοβούμενος τοὺς πόνους) temerà in qualche modo anche qualcosa delle cose che saranno/che avverranno nel Cosmo (φοβηθήσεταί ποτε καὶ τῶν ἐσομένων τι ἐν τῷ κόσμῳ; φοβηθήσεταί: ricorda che il futuro e l’aoristo attivi di φοβέομαι hanno sempre forma passiva), e questa cosa (è…) già empia (τοῦτο δὲ ἤδη ἀσεβές); e colui che ricerca i piaceri non si asterrà dall’essere ingiusto (ὅ τε διώκων τὰς ἡδονὰς οὐκ ἀφέξεται τοῦ ἀδικεῖν; ἀφέξεται: 3^ sing. indic. attivo di ἀφ-ίημι), e questa cosa chiaramente (è…) empia (τοῦτο δὲ ἐναργῶς ἀσεβές).

χρὴ δὲ πρὸς ἃ ἡ κοινὴ φύσις ἐπίσης ἔχει (οὐ γὰρ ἀμφότερα ἂν ἐποίει, εἰ μὴ πρὸς ἀμφότερα ἐπίσης εἶχε), πρὸς ταῦτα καὶ τοὺς τῇ φύσει βουλομένους ἕπεσθαι, ὁμογνώμονας ὄντας, ἐπίσης διακεῖσθαι· ὅστις οὖν πρὸς πόνον καὶ ἡδονὴν ἢ θάνατον καὶ ζωὴν ἢ δόξαν καὶ ἀδοξίαν, οἷς ἐπίσης ἡ τῶν ὅλων φύσις χρῆται, αὐτὸς οὐκ ἐπίσης [5] ἔχει, δῆλον ὡς ἀσεβεῖ.

Ed è necessario (χρὴ δὲ), verso le cose che la natura comune ha in modo equidistante/verso le quali si pone in modo equidistante (πρὸς ἃ ἡ κοινὴ φύσις ἐπίσης ἔχει; ἐπίσης: in modo equidistante, avverbio derivante dalla contrazione di ἐπ’ ἴσης; ἔχω è qui verbo di stato più che di possesso, lo stesso più avanti...) (infatti non avrebbe creato entrambe, se non si fosse posta in modo equidistante verso entrambe (οὐ γὰρ ἀμφότερα ἂν ἐποίει, εἰ μὴ πρὸς ἀμφότερα ἐπίσης εἶχε)), verso queste cose (è necessario…) anche che coloro che vogliono seguire la natura (πρὸς ταῦτα καὶ τοὺς τῇ φύσει βουλομένους ἕπεσθαι), essendo omogenei/in accordo con essa (ὁμογνώμονας ὄντας), si pongano in modo equidistante (ἐπίσης διακεῖσθαι); chi dunque (ὅστις οὖν) verso la fatica e il piacere, o la morte e la vita, o la fama e l’anonimato (πρὸς πόνον καὶ ἡδονὴν ἢ θάνατον καὶ ζωὴν ἢ δόξαν καὶ ἀδοξίαν), i quali la natura di tutte le cose utilizza in modo equidistante (οἷς ἐπίσης ἡ τῶν ὅλων φύσις χρῆται), [costui (αὐτὸς→si collega a ὅστις, lo richiama)] non si pone in modo equidistante (οὐκ ἐπίσης ἔχει), (è...) chiaro che commette empietà (δῆλον ὡς ἀσεβεῖ).

λέγω δὲ τὸ χρῆσθαι τούτοις ἐπίσης τὴν κοινὴν φύσιν ἀντὶ τοῦ κατὰ τὸ ἑξῆς συμβαίνειν ἐπίσης τοῖς γινομένοις καὶ ἐπιγινομένοις ὁρμῇ τινι ἀρχαίᾳ τῆς προνοίας, καθ' ἣν ἀπό τινος ἀρχῆς ὥρμησεν ἐπὶ τήνδε τὴν διακόσμησιν, συλλαβοῦσά τινας λόγους τῶν ἐσομένων καὶ δυνάμεις γονίμους ἀφορίσασα ὑποστάσεών τε καὶ μεταβολῶν καὶ διαδοχῶν τοιούτων.

Dico che la natura comune utilizza in modo eguale queste cose (=piacere e dolore, vita e morte, ecc.) (λέγω δὲ τὸ χρῆσθαι τούτοις ἐπίσης τὴν κοινὴν φύσιν) a fronte dal fatto di conferirle (ἀντὶ τοῦ συμβαίνειν) secondo l’ordine/ordinatamente (κατὰ τὸ ἑξῆς→ avverbio: ordinatamente, a turno) in modo eguale ai vivi e a quelli che hanno vissuto/ai progenitori (ἐπίσης τοῖς γινομένοις καὶ ἐπιγινομένοις), secondo un impulso originario della Provvidenza (ὁρμῇ τινι ἀρχαίᾳ τῆς προνοίας), per il quale a partire da un qualche principio (καθ' ἣν ἀπό τινος ἀρχῆς) è giunta a questa conformazione/ordine cosmico (ὥρμησεν ἐπὶ τήνδε τὴν διακόσμησιν), riunendo assieme le ragioni delle cose che saranno (συλλαβοῦσά τινας λόγους τῶν ἐσομένων) e avendo distinto/discriminato le forze generative delle cose sedimentate/delle cose passate e delle trasformazioni e delle (loro…) risultanti tali/di tale natura (καὶ δυνάμεις γονίμους ἀφορίσασα ὑποστάσεών τε καὶ μεταβολῶν καὶ διαδοχῶν τοιούτων).

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